I <3 SHOPPING- dipendenze che (non) sapevo di avere

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img presa dall’omonimo film

Ogni volta che compro qualcosa e realizzo che le chiavi che girano, lente ed inesorabili, nella toppa della porta appartengono a genitore-Madreh, la sensazione che mi assale è esattamente quella di quando aspettavo che tornasse dalle udienze: smarrimento, paralisi degli arti, quasi totale assenza di salivazione, sudorazione e battito accelerato, totale senso di colpevolezza, impotenza e piena consapevolezza del fatto che qualunque giustificazione sarà inutile.

E ogni singola volta che mi fermo davanti ad una vetrina, mi prometto di pensare a questa sensazione, nell’ottica di non pensare che quel paio di scarpe/ giacca/ borsa/ maglina/ maglietta/ magliona/ paio di leggigns/ smalto/ qualunque cosa sia minimamente indossabile:

1) Sia profondamente diverso da tutti gli altri che ho nell’armadio. Anche se i dettagli fanno la differenza, è oggettivamente da malati di mente comprare quarantacinque paia di scarpe spuntate nere solo perché le #12 sono di vernice con laccetto, diversamente dalle #34 opache con fiocchetto…a sua volta diversissima dalle #18 con borchie che, oltre ad avere la spuntatura tonda, sono leggermente più alte delle #50.

2) Sia indispensabile ai fini della sopravvivenza, annullando con la sua mancanza tutto ciò che è stato acquistato in precedenza. Se sono sopravvissuta sino ad oggi con quello che avevo nell’armadio senza venir scambiata per una balorda/ senzatetto, oggi non sarà diverso. Tantomeno domani, dopodomani e via dicendo.

3) Sia di una qualità oggettivamente superiore, tanto da durare per un lasso di tempo che sfiori l’era geologica e quindi <<Ora che ce l’ho basta>>. Gli uomini si comprano una cosa perché quella cosa è di qualità e sono così certi che durerà quanto basta da non dover ripetere tanto presto il supplizio dell’andare per negozi in cerca di un’altra perché quella di prima faceva schifo. Io sono una donna e quella della qualità è la Magna Mater delle scuse.

4) Non andrà mai giù di moda. A meno che non si stia parlando del piumino nero lunghezza media, il giorno in cui guarderò quell’acquisto che, stando ai miei pronostici, l’avrei messo vita natural durante poiché capace di resistere a qualsiasi repentino cambio di tendenza…arriverà, senza ombra di dubbio. Se siete scettici, una sola parola: ONYX.

5) Sia talmente versatile da essere adatto ad ogni occasione. Certo, del resto chi non andrebbe a lavorare con i leggings da strappona e il bustino di pelle gonfia-poppe O al funerale di Zia Mariuccia con il chiodo borchiato fucsia?! Che domande.

6) Sia una vera occasione perché è in saldo al 50%. Il 50% di tanto è comunque sempre tanto. Inoltre, se dopo seicento giorni di saldi è ancora lì con tanto di doppie taglie…forse due domande è il caso di farsele, no?!

Ma poi esco dalla biblioteca, che è in centro…esattamente dove ci sono i negozi, in cui ci sono i saldi.

E quello è esattamente l’ultimo paio di stivali del mio numero che invece del 40% me li lascia al 50% e, oltre ad essere di una pelle talmente morbida e profumata che ci dormirei abbracciata, non ne ho mai avuti nella vita un paio simili.

Alla fine mi servivano. Meglio aver speso un po’ di più per una cosa di qualità che duri nel tempo che investire pochi soldi per cose che durano poco e quindi dover continuare a comprarne.

Ma adesso che li ho presi sono a posto perché comunque li sfrutterò sempre e non comprerò più niente del genere.

Davvero.

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La vita è come una scatola di cioccolatini- dall’infanzia a oggi

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me nel momento in cui ho realizzato di aver preso il cioccolatino al gusto cacca

Come dice Forrest, la vita è come una scatola di cioccolatini…non sai mai quale ti capiterà.
Vero.
In effetti le scatole di cioccolatini sono così varie, piene di colore, forme e dimensioni…e non sai mai quale scegliere perché, come dice mia mamma, non sai cosa c’è dentro fino a che non ne prendi uno e lo mordi. Dall’infanzia ad oggi, posso dire di averne gustati tre.

1) Il normo-cioccolatino
È un cioccolatino normale con molti altri fratelli gemelli nella scatola. Forma normale, colore normale…niente che un normale cioccolatino non abbia. Io lo associo alla mia condizione di vita in termini di estetica, salute e condizione economica. Non così povera da dover piangere miseria e mangiare cipolle ma neanche così ricca da potermi comprare un iphone senza pagarlo in comode rate mensili di 4.99 euro per sedici anni; non così sana da poter rinunciare all’amico Ketoprofene ma non così malata da vivere ogni giorno come fosse l’ultimo; non così scorfano da far cadere le croci al mio passaggio ma neanche così gnocca da potermi mettere i vestiti di moda adesso senza essere scambiata per una matta a piede libero. Una come tanti, insomma, a cui tutto sommato non è mai mancato niente e proprio male non è andata;

2) Il cioccolatino orgasmico
Ne hanno fatto uno solo e buono come lui non ne hai mai trovato un altro. È mostruosamente bello e tremendamente invitante, ti ci cade subito l’occhio e al solo pensiero di mangiarlo sbavi come Beethoven (il cane) davanti all’arrosto. Poi lo mordi ed è subito orgasmo. È l’Amore. Se per trovarlo ci sono voluti anni di angoscia (e amori disastrati con esseri dalla personalità di una Defonseca usata) e svariate trasferte nelle lontane lande laudensi, per conquistarlo è bastata una sera. Se non ci fosse lui vivrei lo stesso…ma un po’ meno bene!

3) Il cioccolatino al gusto cacca
Lo prendi perché è bello, del tutto ignaro di cosa stai per mettere in bocca. Appena lo mordi capisci che sei letteralmente fottuto: se lo ingoi il rischio è quello di morire soffocato dal vomito ma non puoi neanche sputarlo perché chi te l’ha offerto è davanti a te e ti sta proprio guardando in faccia in attesa che accada qualcosa. Così stai lì e impasti. Il mio cioccolatino al gusto cacca è la mia carriera universitaria. Iniziata un bel po’ ti tempo fa (dirlo è imbarazzante e chiedere di quanti anni si è fuori corso è cortese come chiedere il peso a una donna che è chiaro come il sole essere lontana anni luce dalla taglia 38, quindi facciamo che lasciamo pure le cifre alla matematica, grazie), ho capito subito che era la scelta sbagliata ma non ho (quasi) mai pensato di dare forfait. Perché sono dell’idea che quel che si comincia lo si deve portare a termine, perché nella vita mica tutto piace e mica tutto è facile e perché, in ogni caso, devi sempre andare avanti, a prescindere da quanto ti faccia schifo…ma comunque è ancora lì e, porcocavolo, non va giù neanche a morire. Quindi sto qui. E impasto.

L’altra faccia del Natale- quella dell’ansia

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immagine trovata su Google

Chi ha inventato il detto “a Natale siamo tutti più buoni”, molto probabilmente è perché non ha conosciuto me e quella piccola cerchia di gente a cui, nel periodo Natalizio, sale il crimine. Noi -mi prendo la libertà di parlare a nome di tutta la comunità- che siamo nati sotto il segno dell’Ansia, la magia del Natale ce la godiamo proprio poco per tutta una serie di motivi che, adesso, vi andrò a spiegare.

L’ansia da regalo
Ci tormenta in modo ossessivo compulsivo. Non sappiamo mai cosa regalare a chi, quindi procrastiniamo di continuo il giorno degli acquisti facendo finta di avere tutto sotto controllo. Per poi ritrovarci il giorno della Vigilia a scorrazzare come ossessi per la città alla ricerca del regalo perfetto e particolare -perché noi non ci accontentiamo- con un improvviso blackout sui potenziali gusti e taglie corporee dei cari riceventi, del tutto consapevoli che non ci ricorderanno per il regalo ma per la frase “se non ti va bene (o non ti piace) puoi cambiarlo!”.

L’ansia da spese extra
A fianco, per ovvi motivi, dell’ansia da Regalo, c’è quella delle spese extra. Se agli altri piovono soldi, a noi poverini escono. Inesorabilmente e per i motivi più vari. Ci si caria il dente e dobbiamo andare dal dentista, ci viene la pallina sotto alla lingua e andiamo dall’otorino, ci si rompe la macchina e il tubo del bagno, l’IMU triplica e prendiamo tre multe. Così, oltre al pallino della scelta del regalo, abbiamo anche quello di comprarne quindici con cinquanta euro a disposizione e la pretesa di non andare a parare sul solito bagnoschiuma all’essenza di rosmarino.

L’ansia da Capodanno
Cos’è quella cosa che comincia ad angosciarti più o meno da Settembre, accompagnandoti in crescendo di mese in mese, con il suo picco finale nel giorno trentuno Dicembre mattina? Capodanno. La costante universale fissa della mia vita, oltre agli occhi azzurro cielo e un salvagente al posto dei fianchi, è che a Capodanno non so mai cosa cavolo fare. Un po’ perché sono povera e le cose figherrime tipo baita e vin brulè a Covvvtina D’Ampezzo non posso permettermele…un po’ perché sembra che sia l’unico giorno utile in cui si debba fare qualcosa di particolare. Non so voi, ma a me l’ansia del “dover fare a tutti i costi…” fa venire ancora più ansia. E tutta questa ansia culmina in un tripudio di depressione e scoraggiamento una volta che realizzo che quella che avrebbe dovuto essere la sera più pazza dell’anno, in realtà, è la peggiore.

L’ansia da meteo
La seconda cosa che pensi dopo “dove cazzo vado a Capodanno?” è “Devo guardare il meteo”. Sì perché su quindici giorni di feste, tredici c’è il sole e due piove (o nevica). E puntualmente capita quando ti devi spostare tu e devi compiere tragitti medio-lunghi, cioè la sera del Venticinque quando raggiungi il fidanzato per il cinepanettone dell’anno e quella del Trentuno. E Se proprio ti va di culo, le strade ghiacciano. Cosa c’è di più romantico di un incidente mortale nelle feste?

L’ansia da parenti
Natale : amici, conoscenti e parenti = sale : cellulite. E con gli amici, i conoscenti e i parenti arriva il caos e, col caos, le domande a raffica. Quali? Tutte quelle che non vuoi sentirti fare e a cui non vuoi rispondere, neanche se sei tu a fartele, figurati se escono dalle bocche altrui. <<Quando finisci l’università? Ti manca tanto? Mia nipote ha già finito, lavora, è realizzatissima, ha in vista almeno tre promozioni, si sveglia col sorriso sulle labbra e ha una voliera di passerotti rossi, gialli e blu che ogni mattina la vestono e la pettinano cinguettando!>>. Al che li lasci parlare, fai un breve resoconto mentale della tua vita, li immagini ardere su un rogo perché lo fanno palesemente apposta e, dopo un profondo respiro, ingoi per l’ennesima volta il rospo e rispondi con un bel <<Ma come sono contenta!>>. Che, in realtà, è un ingozzati col Pandoro.

L’ansia da studio e quella da ferie
Chi, come me, fa (ancora) l’università, sa per certo che il mese di Dicembre sarà diverso dagli altri perché ricco oltre ogni modo di giorni-distrazione. Per noi -soprattutto noi fuoricorso- il giorno di Natale sarà solo “tanti giorni in meno all’appello di Gennaio”, il Primo Gennaio una maledizione perché non si studia causa coma e l’Epifania il momento della verità, giorno che sancisce la decisione di iscriversi o no all’esame. Per chi lavora, invece, il pallino è un altro. Le ferie. In un ufficio si è in tanti e bisogna venirsi incontro, la regola dovrebbe essere questa…peccato che ci sia sempre quel collega che cerchi, ogni anno, di metterla in quel posto a tutti quanti. Lui fa il ponte, la Vigilia deve stare a casa anche se il negozio (o l’ufficio) rimane aperto, a Capodanno anche perché deve cucinare l’arrosto e si prende puntualmente il giorno in più perché a lavorare a metà settimana non ci vuole proprio venire. Grazie, con tutto il cuore, per la tua disponibilità nei confronti di tutti gli altri che ogni anno godono come ricci a lavorare fino alle otto e mezza di sera del trentuno Dicembre.

Eccole qui, le mie (nostre, non voglio sentirmi sola) ansie natalizie. Quelle che mi fanno svegliare col patema d’animo e mi accompagnano fino al sei Gennaio, impedendomi di assaporare a pieno l’energia positiva delle Feste e facendomi passare, agli occhi dei più, come la più epocale delle stronze. Ma ce n’è un’altra, quella che più di tutte m’inquieta, quella che arriva a scoppio ritardato nonché prova tangibile che l’Epifania non si porta via proprio tutto delle feste, la più subdola di tutte…l’ansia da chili di troppo. Ma ci penseremo a Gennaio, che, per ora, ahimè, ce ne sono già abbastanza.