Utenza allo sportello

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Img by Google

Ci è capitato a tutti di trovarci in quel luogo dove Morte e Disperazione regnano sovrane cioè la coda agli sportelli delle biglietterie delle stazioni ferroviarie. Corre voce che qualcuno ci sia nato, la maggior parte, comunque, ci è invecchiata. In ogni caso, è anche il luogo dove hai una certezza assoluta: avere sempre tra il noi e il nostro turno uno di questi utenti.

1. Il ruspista. Si è alzato con il solo ed unico scopo di litigare in quanto, fondamentalmente, è nato per litigare. E lì trova pane per i suoi denti. Non importa il motivo, lui urla e inveisce. Contro il bigliettaio, poi passa all’azienda e, infine, contro la situazione socio-politica italiana. Salvini ha ragione, tutti a casa ed evviva le ruspe.

2. Il vago. Vuole un biglietto ma non dice per dove, chiede un orario ma non dice di quale treno. Dice “MILANO” e poi tace. Butta lì dieci euro e aspetta. E tu sai che i prossimi quindici minuti saranno di interrogatorio per cavargli fuori qualche indizio prezioso per venire a capo sul perché sia lì e a cosa servano quei dieci euro.

3. La nonna sorda. È tanto dolce ma, appunto, è sorda e non ha idea di cosa stia facendo lì. Sa solo che ha cinquanta euro e qualcosa da fare per il nipote che studia ingegneria a Bologna. È come il vago, con la differenza che non capisce una bega.

4. Buba. È munito di un foglietto stropicciato con scritto “TORINO ORE 14:50” che gli ha gentilmente concesso il datore di lavoro per raggiungere il posto di lavoro che fi frutterà ben 3.50 euro lordi l’ora per un contratto di 145 ore settimanali no ferie no malattia no morte no niente. Il bigliettaio, nel dubbio, gli spiega tutto in sedici ore di monologo ma questo non è importante perché Buba parla solo swahili e quindi ciao.

5. Mi manca un euro! Si è fatto stampare sedici biglietti per un totale di quarantanove euro e ottantasette centesimi ma lui nel portafoglio ne ha solo quarantotto perché ha preso il caffè. Quindi si ruga nelle tasche dei pantaloni, poi in quelle della giacca, poi nella borsa, poi trova cinquanta centesimi ma non bastano quindi rovescia il portafoglio per vedere se tutti gli un centesimi arrivano a cinquanta ma no, sono solo 0.15. E tu per disperazione misto sfinimento gli dai cinque euro purché si levi dalle balle.

6. Da Milano fino ad Hong Kong, passando per Londra da Roma fino a Bangkok e poi dritti filati a Pisa Centrale. Viaggio che farà ad agosto 2017 ma che ha deciso di pianificarlo alle sei e cinquantaquattro di lunedì primo marzo 2016, quando tutto il mondo deve fare l’abbonamento perché sabato c’era la Sagra del Cicciolo e di domenica le biglietterie sono chiuse e il treno regionale 2456 e in partenza dal binario tre, allontanarsi dalla linea gialla. È munito di carta, una bic nuova comprata per l’occasione e tantissime speranze. Diversamente da te, che le speranze ti si sono suicidate da tempo.

E tu non puoi farci niente. Puoi solo stare lì, in coda, a subire gli eventi. E non prometterti che la prossima volta uscirai prima…perché loro ci saranno sempre e saranno sempre davanti a te.

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Revenant- la mia esperienza personale

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Dopo il disastro onirico di Macbeth, che ho aspettato come la manna dal cielo ma per una serie di sciagurati eventi tra cui la digestione di una cena più simile ad un banchetto rinascimentale che ad altro e il riscaldamento troppo alto in sala è finita che  ho chiuso gli occhi tre secondi e mi sono svegliata alla fine, ho deciso di ritornare al cinema ma questa volta mangiando un cicinino meno. Il microclima interno era perfetto e rischi abbiocchi zero.

Ah sì comunque sono andata a vedere Revenant. Bellissimo, mi è proprio piaciuto un sacco. Riprese mozzafiato, l’orso è stato bravissimo. Bello, bello e ancora bello.

Su musica e dialoghi invece purtroppo non posso pronunciarmi, non sono riuscita a seguirli molto. Però ho capito comunque tutto grazie al commento della Guido Meda delle sale cinematografiche che ha accompagnato la sala nella visione e spiegazione di tutto -nientepopodimenochedueoretrentaseiminuti- il film, con l’aggiunta di qualche opinione personale tra un tempo e l’altro per dare un po’ più di calore umano alla cronaca.

Sta correndo, adesso rantola…cade…ecco che torna l’orso, lo assale…ecco che lo morde! L’ORSO LO MORDE L’ORSO LO MORDE LO STA MORDENDO….che morsi ragazzi, incredibili! Incredibili morsi dell’orso! E ma gli orsi fanno male, si sa…guarda che sanguina, non smette di sanguinare…sanguina un po’ di più…credo che non ce la farà! Eh, gli orsi.

Ventidue euro di cinema spesi benissimo.

Che poi uno si aspetta che, ad una certa età in poi (diciamo, non so…dai 10 anni in su?) la gente sia bene o male in grado di stare al mondo sapendosi comportare in modo più o meno normale.

Salutare, dire grazie e per favore, non mettersi le dita nel naso per poi attaccare le caccole sotto la sedia della sala d’attesa proprio di fronte a te che sei allo sportello di quella sala e mangiarsele quando percepisci che sì, ti ho proprio visto, non appiccicare gli assorbenti usati come se fossero stancil decorativi sui muri dei bagni pubblici, tirare l’acqua quando si fa la pipì, pulire la sgommata sul water quando si fa la pupù…non parlare come una radio in una sala dove stanno proiettando un film diverso dal cinepanettone Ghini-De Sica-Boldi.

Uno se lo aspetta. Ci conta, nel 2016. Diventa quasi d’obbligo. Quindi non fate i buzzurri, che s’intona male con i vostri IPhone123splus edge che fanno il latte e anche il caffè e le Luigi appollaiate sulla spalla.

Fate le personcine per bene, che poi vi piovono addosso dei vaffanculi grossi come non so.

Eau de merd- mirabolanti avventure di viaggi merdavigliosi

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Da quando hanno smesso di andare di moda i vari Scianelli, Galliani, Versaci, Kenzi, legni e spezie, bergamotti, borotalchialtolàsudori, fiori di cotone, papaveri e fieno eccetera?

Va bene, avete ragione, costano un sacco…però non è che esistono solo quei profumi lì. Ci sono anche quelli da 15euro sul mercato, che pur schifo che facciano ma son comunque più buoni dell’odore di panni mai lavati col sudore di sei mesi fa asciugato addosso più quindici anni di tabagismo coatto e muffa nell’armadio (non so se avete presente).

L’altro giorno mi è toccata la fragranza culo misto piedi. All’andata, invece, a tenermi compagnia c’era il Signore delle Loffe, The Lord of silent farts, che neanche i necrofagi della savana che mangiano carogne tutto il giorno ne emettono di così marce.

Che poi non puoi neanche cambiare vagone, perché la Vita, che ha deciso di fartela pagare proprio quel giorno per qualcosa che hai fatto ventiquattro anni e mezzo fa, ti accoglie con una grandissima e plateale giornata di merda, una di quelle che alle dieci del mattino hai già dodici vesciche ai piedi, le lenti a contatto che ti fanno gli occhi più secchi del mandarino aperto che hai lì da capodanno, il moccio al naso da aria fredda che se non te lo soffi continui a tirare su all’infinito, il telefono con un residuo di batteria del 15% e un mal di testa che la metà basterebbe per cappottare un elefante ma non puoi farci niente perché hai solo 5 euro in tasca con cui devi tirare fino a sera e hai dimenticato a casa il portafoglio col bancomat, sulla stessa mensola su cui giacciono occhiali da vista, porta-lenti, caricabatterie, fazzoletti di carta e bustina di oki salvavita. Una di quelle giornate che arrivi alla fine talmente stanco e provato che le gambe ti fanno il dito medio e la schiena sembra cantarti il Dies Irae e l’unica cosa che desideri è appoggiare le chiappe sul sedile del mezzo che ti porterà in quel meraviglioso luogo chiamato casa…e (la Vita) il posto te lo trova, ma proprio lì…nel vagone del caprone.

Grazie, troppo gentile. Che poi bastava anche qualcosa d’altro, tipo non so…un cagotto fulminante o una briciola nel bronchiolo nel silenzio di una biblioteca piena di gente in periodo esami.

Ma oggi sono partita con un piede diverso. Scarpe calde e comodissime, occhiali, due porta-lenti perché non si sa mai, una polveriera di Oki, tre caricabatterie di cui uno portatile, quattro Rotoloni Regina che, si sa, non finiscono mai e una vagonata di positività.

Salgo sul treno che stranamente è puntualissimo, c’è tantissima gente e in quel vagone non c’è posto ma mi basta accedere al successivo per trovarne uno comodissimo vicino al finestrino, c’è pure il riscaldamento acceso quindi cosa potrebbe andare storto? Oggi è diverso, me lo sento. Poi il treno parte…e realizzo che se la Vita vuol fartela pagare, te la farà pagare, a prescindere da quanto tu ti impegni per mettergliela in quel posto.

Così, tra il susseguirsi di spogli e cementati paesaggi padani con un caldo sole mattutino alto nel cielo che con i suoi caldi raggi mi accarezzava il viso attraverso il finestrino, sono arrivata finalmente a Milano, in compagnia di quell’amabile sconosciuto che quel giorno, non sapendo chi volesse essere, ha deciso di vestire i panni della Yankee Candle al gusto piscia.

:’)

Superskinny42- la storia dell’amore giusto al momento sbagliato

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img trovata su Google che arriva forse da Tumblrlrlr

Se c’era una prova – una di numero- che il mio culo riuscisse ad entrare per caso in una taglia 42 di un paio di jeans super skinny (mica skinny normali), si è volatilizzata in un nanosecondo.

Ma lo giuro, c’è entrato! E vi dirò di più, il bottone si è anche chiuso, senza  troppi sforzi e soprattutto senza dover imbastire un sistema di tiranti con gli elastici da teloni da Fiera della torta fritta.

Non si è neanche verificata quella cosa tale per cui magari il bottone si chiude anche ma poi, appena rilasci quegli ottocentosettantamila litri di aria inspirata per tirar dentro la pancia, tutto quel che è stato strizzato sotto viene sparato al di sopra della cinta…che hai voglia a metterci sopra una maxi maglia 25xl, i rotoli si vedono lo stesso.

E la taglia era anche proprio assolutamente quella. Non di quei capi che, per capirci, sono sì taglia 42 ma la 42 del Belize che corrisponde ad una 1605 italiana (che cosa tragicamente ingannevole e bastarda è, tra l’altro, questa cosa delle taglie corrispondenti? VERGOGNA A CHI CI ILLUDE).

Era una taglia 42 italiana –e chissenefrega se, come dice Nigel de Il diavolo veste Prada, la 42 è la nuova 345– di un paio di jeans neri (che il nero snellisce pure e quindi sticazzi) super skinny (!!!!!) che non mi si piantavano ad altezza ginocchio e che si allacciavano e che non mi trovavo il salvagente dei Titanic al posto del busto!!!!

Capite la mia contentezza? Avevo la prova che tutto ciò era possibile.

SENONCHÉ, al momento del pagamento, ho scoperto che loro, i superskinny42, facevano parte della categoria “uno su un milione” di quei capi che, nonostante fossero lì, concreti e tangibili, nel sistema erano considerati “da ritirare” e quindi i n v e n d i b i l i (zam zaaaaaam zaaaaaaaaaaammm!).

Dopo averli incontrati e averli vissuti per un fugace attimo in cui mi sono sentita un tutt’uno con loro, al punto che ho capito essere fatti per stare insieme…ho capito che quello era l’amore giusto al momento sbagliato. E non sono riuscita ad andare avanti, rifarmi una vita con un altro paio di jeans, perché erano loro, solo loro, semplicemente loro…e sarebbero stati loro per sempre. Sapevo bene chi era l’amore della mia vita e nessun altro avrebbe potuto prendere il suo posto.

Senza contare che l’idea di dover tornare in quel camerino largo come una piastrella di graniglia con il soffione sparato dritto in testa che più che aria sembrava pompare un monsone tropicale e ri-togliermi quei sedici strati di vestiti per provarmi un altro paio di braghe tra affanni e vampate di calore della temperatura di fusione dell’acciaio era alquanto demotivante.

Così ho comprato un paio di scarpe (tanto per cambiare) nere (tanto per cambiare) tacco 134 (tanto per cambiare). Che il sistema ha riconosciuto senza problemi e che soprattutto stan sempre benissimo a tutte.

E vivemmo tutti felici e contenti. Tiè.

Quelle che…il contouring

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Dopo millanta e più video che girano per il web e una particolare attenzione a me medesima e alle mie abitudini, la domanda mi è sorta spontanea.

Ma loro, quelle del contouring coatto che se passi un dito sulla loro pelle dopo nel solco che si crea puoi giocarci a biglie, come arriveranno a fine giornata?

Io ad esempio, dopo un normale (normale, come tanti…non passato a zappare la terra con quaranta gradi all’ombra) giorno lavorativo (ma anche non lavorativo) e con addosso giusto quel tot di makeup da non sembrare un cadavere in fase decompositiva, faccio pena.

Il mascara mi è letteralmente nevicato sulla faccia, la matita è ovunque tranne dove dovrebbe essere e quelle che al mattino erano sopracciglia definite ad ala di piccione ora sono due righe sbierse color pennarello per colorare gli sbecchi della credenza. Senza contare che al posto di un colorito uniforme ho la faccia a stampa giaguaro (o varicella), tante macchie irregolari sparse a caso qui e là, con maggior concentrazione su guance e fronte.

A loro pruderanno mai naso e occhi? Gli verrà mai un attacco di tosse da briciola del panino finita accidentalmente nei bronchioli con conseguente lacrimazione a pioggia? Si gratteranno mai la fronte in preda al non capire un cazzo di quello che stanno facendo? Si stropicceranno mai gli occhi cotti dopo sedici ore davanti allo schermo del pc? Avranno avuto mai caldo, almeno una volta nella vita? SUDERANNO?

Non so darmi una risposta. Nel frattempo, ROAAAAAR 🐆.

Ho visto la luce- dieci cose che oggi ho capito su di me

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Immagine trovata su google che mi sembrava adatta al concetto “Ho visto la luce”

Ci sono giorni in cui più di altri impari cose su te stesso. Un giorno ti conosci, quello dopo capita qualcosa d ti conosci ancora più a fondo del giorno prima. Oggi è toccato a me. In questo meraviglioso sabato martedì 10 Marzo 2015, ho capito che…

1. …Sono una persona tremendamente disordinata tranne quando smetto di esserla, al che mi trasformo e se non catalogo anche le ragnatele non sto bene;

2. …Capire che per essere serviti bisogna prendere il numero è cosa rara, destinata a pochi eletti. Ho vissuto ventisette anni senza rendermi conto del grande Dono di cui ero in possesso, ora lo so e sono effettivamente più felice;

3. …Mi basta un po’ di sole e un cielo terso per farmi confondere sui giorni della settimana;

4. …L’unica volta in cui sono stata sicura al 100% di una cosa sbaglio turno e arrivo al lavoro quaranta minuti prima, spaventando a morte la mia collega;

5. …Prender la vita con lo spirito “dormirò quando sarò morta” non fa decisamente per me e, per quanto mi riguarda, non si dorme comunque mai abbastanza;

6. … Stavo meglio quando i gusti/ attitutidi/ abitudini sessuali della gente erano cose private e non spiattellate sulla home di Facebook perché non sei veramente un megafigo al passo coi tempi se non fai sapere a tutti con cosa sei solito masturbarti e per quante volte al giorno;

7. …La pena che provo per tutte quelle donne che vivono in posa #modelZ è direttamente proporzionale al loro grado di disagio psico-fisico MA ANCHE prova lampante che anche io ho un lato umano;

8. …Dopo svariate scosse by elettricità statica nate dalla combo pavimento di non so che materiale e suole delle scarpe, starei senza ombra di dubbio dalla parte di chi infligge se mai decidessi un giorno di darmi al Sadomaso;

9…Marzo pazzerello, guarda il sole e…metti la giacca pesante anche se crepi dal caldo, perché tanto poi ti viene lo stesso il mal di gola e non vai in palestra;

10. …Il gorgonzola con la goccia sul pane tiepido al sesamo mi ha cambiato la vita.

I’ve seen the light. AAA-lleluja. AAA-lleluja. ALLELUJA! ALLELUJA! All-EEE-lu-JÀ. 

I <3 SHOPPING- dipendenze che (non) sapevo di avere

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img presa dall’omonimo film

Ogni volta che compro qualcosa e realizzo che le chiavi che girano, lente ed inesorabili, nella toppa della porta appartengono a genitore-Madreh, la sensazione che mi assale è esattamente quella di quando aspettavo che tornasse dalle udienze: smarrimento, paralisi degli arti, quasi totale assenza di salivazione, sudorazione e battito accelerato, totale senso di colpevolezza, impotenza e piena consapevolezza del fatto che qualunque giustificazione sarà inutile.

E ogni singola volta che mi fermo davanti ad una vetrina, mi prometto di pensare a questa sensazione, nell’ottica di non pensare che quel paio di scarpe/ giacca/ borsa/ maglina/ maglietta/ magliona/ paio di leggigns/ smalto/ qualunque cosa sia minimamente indossabile:

1) Sia profondamente diverso da tutti gli altri che ho nell’armadio. Anche se i dettagli fanno la differenza, è oggettivamente da malati di mente comprare quarantacinque paia di scarpe spuntate nere solo perché le #12 sono di vernice con laccetto, diversamente dalle #34 opache con fiocchetto…a sua volta diversissima dalle #18 con borchie che, oltre ad avere la spuntatura tonda, sono leggermente più alte delle #50.

2) Sia indispensabile ai fini della sopravvivenza, annullando con la sua mancanza tutto ciò che è stato acquistato in precedenza. Se sono sopravvissuta sino ad oggi con quello che avevo nell’armadio senza venir scambiata per una balorda/ senzatetto, oggi non sarà diverso. Tantomeno domani, dopodomani e via dicendo.

3) Sia di una qualità oggettivamente superiore, tanto da durare per un lasso di tempo che sfiori l’era geologica e quindi <<Ora che ce l’ho basta>>. Gli uomini si comprano una cosa perché quella cosa è di qualità e sono così certi che durerà quanto basta da non dover ripetere tanto presto il supplizio dell’andare per negozi in cerca di un’altra perché quella di prima faceva schifo. Io sono una donna e quella della qualità è la Magna Mater delle scuse.

4) Non andrà mai giù di moda. A meno che non si stia parlando del piumino nero lunghezza media, il giorno in cui guarderò quell’acquisto che, stando ai miei pronostici, l’avrei messo vita natural durante poiché capace di resistere a qualsiasi repentino cambio di tendenza…arriverà, senza ombra di dubbio. Se siete scettici, una sola parola: ONYX.

5) Sia talmente versatile da essere adatto ad ogni occasione. Certo, del resto chi non andrebbe a lavorare con i leggings da strappona e il bustino di pelle gonfia-poppe O al funerale di Zia Mariuccia con il chiodo borchiato fucsia?! Che domande.

6) Sia una vera occasione perché è in saldo al 50%. Il 50% di tanto è comunque sempre tanto. Inoltre, se dopo seicento giorni di saldi è ancora lì con tanto di doppie taglie…forse due domande è il caso di farsele, no?!

Ma poi esco dalla biblioteca, che è in centro…esattamente dove ci sono i negozi, in cui ci sono i saldi.

E quello è esattamente l’ultimo paio di stivali del mio numero che invece del 40% me li lascia al 50% e, oltre ad essere di una pelle talmente morbida e profumata che ci dormirei abbracciata, non ne ho mai avuti nella vita un paio simili.

Alla fine mi servivano. Meglio aver speso un po’ di più per una cosa di qualità che duri nel tempo che investire pochi soldi per cose che durano poco e quindi dover continuare a comprarne.

Ma adesso che li ho presi sono a posto perché comunque li sfrutterò sempre e non comprerò più niente del genere.

Davvero.

Brico Makeup- il contouring

wpid-2015-01-21-16.03.46.png.pngDifficoltà: bassa;
Costo: medio più sette fondotinta/correttori alla settimana;
Tempo di preparazione: sei giorni più tre per la lievitazione.

Ingredienti:
– il vostro fondotinta;
– 100gr. di correttore color morte;
– 150gr. di correttore color cacca;
– 50gr. di polvere illuminante della Stella Cometa (in alternativa va bene anche polvere di vetro e/o di alluminio);
– un pizzico di sale;
– 50gr. di cipria (ma se preferite un effetto più compatto optate per la calce in polvere);
– oro, incenso e mirraH;
– un righello;
– uno spray fissante o vernice da esterni waterproof;
– due set di preghiere a Gesù;
– il vostro smartphone.

Procedimento:
A) contouring: prendete il vostro fondotinta abituale e spalmatevelo in faccia con l’aiuto di una spatola da cucina. Distribuite poi il correttore marrone sulle tempie, ai lati del naso, sotto al mento e, con l’aiuto del righello, tracciate due righe che partano dagli zigomi e arrivino alle orecchie.
B) highlighting: con il correttore più chiaro, riempite gli spazi vuoti alternandolo con la polvere di Cometa. Impacchettate nella pellicola e far riposare in frigorifero per mezz’ora.

Dopo questi due passaggi dovreste trovarvi la faccia alla Peter Criss o simile ad una mashera etnica africana.

Prendete i set di preghiere e recitatele a gran voce affinché fidanzato/ persona facilmente impressionabile/ postino/ Equitalia/ chiunque venga a suonarvi il campanello non muoia d’infarto, fino a formare un impasto elastico e senza grumi.

Una volta terminato, sfumate il tutto con la pennellessa facendo attenzione a non increspare la superficie.

Infornate in forno pre riscaldato a 180 gradi per tre ore o quanto basta perché l’impasto si rapprenda, quindi lasciate raffreddare in luogo asciutto ma umido.

Guarnite a piacimento con cipria, calce o vernice…quindi scattatevi un #selfie da postare su Facebook.

CONSIGLIO DELL’ESPERTO: per valorizzare ancora di più l’effetto del makeup, accostate il vostro #selfie a quello del giorno che vi ha visto vittime di herpes, ciclo e varicella.

Se una model assilla un ph.- la soluzione in 224 parole (titolo escluso)

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immagine trovata su Google

A tutti i photographers che si rispettino, almeno una volta nella vita, è capitata –purtroppo– quella modella che, per merito di un San Francesco qualunque o un disperato che pur di vedere una patata al vento è disposto a tutto, si sente la Gisele Bundchen della situazione e proprio per questo motivo dedica le sue giornate a tampìnare la gente che manco quelli dei call center che vogliono venderti l’olio, il depuratore dell’acqua, la promozione telefonica, l’anima al Diavolo eccetera, senza tenere minimamente in considerazione l’idea di avere un NO come risposta.

Per quelli dei call center per ora non credo esista soluzione (anzi, fatemi la cortesia di dare ascolto al vostro lato umano e portare pazienza, perché è vero che sono le otto e mezza di sera ma se voi siete stravaccati sul divano loro, invece, sono ancora a lavorare per uno stipendio da fame e due pause pipì se va bene, porelli) MA per le stalk. models ho come il sentore di averla trovata.

1. ACCETTATE la richiesta (non temete);

2. Proponete loro un servizio che preveda il rotolarsi convulsamente nel bidoncino della raccolta dell’umido di un condominio qualunque (non temeteee…);

3. Spedite tutto a National Geographic in attesa del servizio “Wild Metropoli- dall’uomo alla pantegana” (tadaaaaaan!).

Lei sarà felice, voi diventerete schifosamente ricchi e famosi.

Prego, non c’è di che.

La vita è come una scatola di cioccolatini- dall’infanzia a oggi

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me nel momento in cui ho realizzato di aver preso il cioccolatino al gusto cacca

Come dice Forrest, la vita è come una scatola di cioccolatini…non sai mai quale ti capiterà.
Vero.
In effetti le scatole di cioccolatini sono così varie, piene di colore, forme e dimensioni…e non sai mai quale scegliere perché, come dice mia mamma, non sai cosa c’è dentro fino a che non ne prendi uno e lo mordi. Dall’infanzia ad oggi, posso dire di averne gustati tre.

1) Il normo-cioccolatino
È un cioccolatino normale con molti altri fratelli gemelli nella scatola. Forma normale, colore normale…niente che un normale cioccolatino non abbia. Io lo associo alla mia condizione di vita in termini di estetica, salute e condizione economica. Non così povera da dover piangere miseria e mangiare cipolle ma neanche così ricca da potermi comprare un iphone senza pagarlo in comode rate mensili di 4.99 euro per sedici anni; non così sana da poter rinunciare all’amico Ketoprofene ma non così malata da vivere ogni giorno come fosse l’ultimo; non così scorfano da far cadere le croci al mio passaggio ma neanche così gnocca da potermi mettere i vestiti di moda adesso senza essere scambiata per una matta a piede libero. Una come tanti, insomma, a cui tutto sommato non è mai mancato niente e proprio male non è andata;

2) Il cioccolatino orgasmico
Ne hanno fatto uno solo e buono come lui non ne hai mai trovato un altro. È mostruosamente bello e tremendamente invitante, ti ci cade subito l’occhio e al solo pensiero di mangiarlo sbavi come Beethoven (il cane) davanti all’arrosto. Poi lo mordi ed è subito orgasmo. È l’Amore. Se per trovarlo ci sono voluti anni di angoscia (e amori disastrati con esseri dalla personalità di una Defonseca usata) e svariate trasferte nelle lontane lande laudensi, per conquistarlo è bastata una sera. Se non ci fosse lui vivrei lo stesso…ma un po’ meno bene!

3) Il cioccolatino al gusto cacca
Lo prendi perché è bello, del tutto ignaro di cosa stai per mettere in bocca. Appena lo mordi capisci che sei letteralmente fottuto: se lo ingoi il rischio è quello di morire soffocato dal vomito ma non puoi neanche sputarlo perché chi te l’ha offerto è davanti a te e ti sta proprio guardando in faccia in attesa che accada qualcosa. Così stai lì e impasti. Il mio cioccolatino al gusto cacca è la mia carriera universitaria. Iniziata un bel po’ ti tempo fa (dirlo è imbarazzante e chiedere di quanti anni si è fuori corso è cortese come chiedere il peso a una donna che è chiaro come il sole essere lontana anni luce dalla taglia 38, quindi facciamo che lasciamo pure le cifre alla matematica, grazie), ho capito subito che era la scelta sbagliata ma non ho (quasi) mai pensato di dare forfait. Perché sono dell’idea che quel che si comincia lo si deve portare a termine, perché nella vita mica tutto piace e mica tutto è facile e perché, in ogni caso, devi sempre andare avanti, a prescindere da quanto ti faccia schifo…ma comunque è ancora lì e, porcocavolo, non va giù neanche a morire. Quindi sto qui. E impasto.