Masterchef Bimby Italia

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<<Macomesonofelicechesietevenutiiiiii…non per tirarmela ma ho fatto proprio una cena della MA-DON-NA! Ho fatto il dado con cui fare il brodo con cui farVI il risotto all’astice, poi l’arrosto ripieno, le patate, il pane all’aglio E, per finire, proprio perché avevo tempo…ho fatto il gelato ai frutti di bosco da abbinare al tortino al cioccolato dal morbido cuore di Nutella. Poi non mi voleva sposare, quello schiocchino ah-ah-ah-ah!>>

Lì, in quell’esatto momento, ti viene uno spasmo d’angoscia e l’unico pensiero che hai è quello di rifilare a Ciappy, il Labrador felice della famiglia felice, quello schifino di torta salata ai porri spessa come la suola delle ballerine di Zara e un po’ bruciacchiata che hai fatto ieri sera, con l’acqua alla gola, da portare alla neo-sposata ex (perché è sposata e casalinga e quindi non ha tempo) amica del cuore che ti ha invitata a cena.

Poi, all’ultimo boccone di semifreddo, quando ti dice “grazie al cielo che c’è il Bimby!”, l’angoscia lascia il posto al Crimine e alla tentazione di dare un calcio in culo a lei, due a Ciappy che, oltre ad averti riversato un quantitativo di bava che manco avesse la rabbia sulla camiciola nuova, ha pure schifato la tua torta e cento alla dolce metà che ti ha guardato per tutta la cena come se fino a quel giorno gli avessi fatto mangiare della cacca.

Ma il Bimby, robot da cucina creato da quelli del Folletto, che cazzo fa? Fa che impasta, frulla, monta (nel senso buono), riscalda, cuoce a vapore, emulsiona (mi sfugge), macina, pesa, trita, ritrita se vuoi tritare meglio, mescola, rimescola e ha la funzione “antiorario” per i cibi che necessitano un mescolamento delicato. In una parola: CUCINA. Il tutto alla modica cifra di mille eurini (credo).

Ora, NON mi rivolgerò a quelle donne per le quali, causa prole più marito più lavoro più tempo per vivere pari a zero, questo aggeggio è un miracolo divino e sticazzi che esiste un affare in grado di pensare a tutto lui né alle madri di famiglia che han sgobbato una vita per far da mangiare ad eserciti di figli, figlie, cognati e cazzi e mazzi. Voi siete delle Sante e Dio vi benedica.

Piuttosto, porgerò la mia domanda, semplice e diretta, a quelle che continuano, imperterrite, a usare il passato prossimo del verbo “cucinare”, menandosela per di più dibbrutto sui risultati delle loro doti quando, fino a ieri, se t’invitavano a cena significava andar via con il vomito ed era tanto se sapevano far bollire un pentolino di latte OPPURE che non c’hanno mai avuto lo sbatti di mettersi ai fornelli per l’amore della vita loro perché fresche di manicure, figurati cucinare per te e il tuo consorte:

CI PRENDETE PER IL CULO?

Non ho altro da aggiungere, a parte una cosa: date al Bimby il suo merito. Del resto, se lo merita tutto. Grazie.

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Eat, ate, eaten

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Le migliori scoperte su te stesso le fai quando meno te lo aspetti e, soprattutto, in situazioni in cui mai e poi mai ti penseresti di poter avere colpi di genio geniali. Tipo mentre sei sul water o in fila alle Poste. Oppure mentre fai la doccia, sei lì che soffochi nello shampoo e track, scopri un lato di te stesso che non conoscevi ancora. A me è successo proprio ieri, mentre poltrivo sul divano con la coperta addosso, nonostante ci fossero trentasette gradi e le api che impollinavano causa effettiva scomparsa delle mezze stagioni.

Ho acceso il televisore e, dopo circa dieci minuti di programma culinario, ho realizzato che io di raffinato ho veramente molto poco. Guardavo il cuoco che con tutta la calma di questo mondo componeva graziose ed architettoniche mono (e molto mini!) porzioni di cibo coloratissimo tutto messo in equilibrio…e il mio unico pensiero era rivolto ad una pentola di polenta con i funghi in cui infilare la testa e mangiare come se non ci fosse un domani. Magari con mezzo litro di rosso fermo.

Mi spiegate una cosa, voi che amate la cucina avanguardista? Siete sazi dopo aver mangiato in quei ristoranti in cui per “primo” si intende un piatto delle dimensioni dello Scudo di Achille con dentro un raviolo scondito con un baffo di sugo da parte e per “secondo di pesce” due cozze spiaccicate in una pappina molliccia che ricorda neanche troppo vagamente il vomito di gatto? Perché a me viene il quadruplo della fame se penso alla “quantità” delle portate. I casi sono due: o avete lo stomaco grosso quanto una bustina di camomilla…oppure sono io che ho un problema. Forse, a pensarci bene, è la seconda.

Ma non è colpa mia, giuro. La colpa è di mia nonna, che mi ha allevata a suon di tortelli, pisarei e fasö e teglie di lasagne, che all’ultimo boccone ti riempe il piatto perché è vuoto e che per quattro persone cucina per venti, perché non si sa mai che non sia abbastanza; e di mia madre, che quando ero piccola per merenda, dopo la scuola, mi prendeva i pacchi famiglia di Fonzies e Kinder Bueno, bontà a cuor che ti fa venire i rotoli di ciccia. Per forza che poi non apprezzo la cucina molecolare. Per forza che se mi vedo arrivare un piatto che sembra il modello in scala di una bislacca città futuristica ci rimango molto male, soprattutto se quel piattino costa trenta euro e dopo mi tocca andare al McDonald’s perché ho una voragine nello stomaco che non c’è verso di chiudere.

Comunque, è proprio vero che la classe non è acqua. E la classe non è neanche mangiare sei chili di polenta fritta con lo zucchero sopra, una parete di focaccia extra-unta con i ciccioli, otto pani con il lardo sopra o un tegame di costolette di maiale coperte di salsa barbecue. Ma dato che io la classe non ce l’ho e mi hanno sempre insegnato di accettarsi per quello che si è…Dio benedica le trattorie, soprattutto quelle che prendono i buoni pasto. Amen.