“Pèntiti! E andrai nel Regno dei Cieli…” – Le confessioni natalizie

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immagine trovata su Google

Anche stamattina, come ogni anno, mia mamma mi è piombata nella camera con la furia di una Valchiria in ritardo e, con voce tonante, mi ha detto che dovevo andare in chiesa a confessarmi. Perché? vi starete chiedendo. Perché è Natale e a catechismo ce lo facevano sempre fare.

Me lo ricordo come se fosse ieri. L’ansia era alle stelle e, come se non bastasse, la catechista ci ammoniva di dirglieli proprio tutti i “peccati” al prete, perché, se avessimo detto le bugie, Dio lo avrebbe saputo e sarebbero stati (sto parafrasando) cazzi amari per noi e le nostre ormai non più candide anime. Quindi immaginate me bambina, seduta su una panca in mezzo a tanti altri bambini angosciati, ad elencare mentalmente i miei peccati in modo da non scatenare l’ira divina. Poi arrivava il mio turno e cominciava la solfa.

– Padre, perdonami perché ho peccato…
*formule da confessione del prete e bla bla bla*
– Ho mangiato il cioccolato, non sono arrivata neanche al terzo giorno di fioretto e ho risposto male alla mamma. Poi ho guardato la televisione di nascosto anche se ero in punizione e…mmh…credo sia tutto…ah no no no aspetti! Domenica scorsa non sono andata a messa. 

Che a me non sembravano cose poi così gravi ma al prete, evidentemente, sì dato che mi riempiva di preghiere da dire in segno di pentimento, lunghe come la fame.

– Bene, adesso vai e recita quattro Ave Maria, cinque Padre Nostro, tre Atto di Dolore e un Salve Regina.

Detto ciò, alla luce di quanto detto, ho felicemente realizzato che, se mi confessassi adesso, passerei tre giorni in preghiera sui ceci. Ma, diversamente da quand’ero bambina, gestirei la cosa con esaustive argomentazioni a sostegno della mia tesi “non peccare, talvolta, sarebbe un peccato!“.

1. Superbia- desiderio irrefrenabile di essere/sentirsi superiori ad altri
In certi casi sentirsi superiori è d’obbligo. Perché devo sentirmi al pari di uno che, all’alba dei trent’anni, nato e vissuto in Italia e in dotazione di un’istruzione scolastica, scrive ancora il verbo avere senza h? Poi, comunque, un po’ di sana competitività ci sta…tipo essere più gnocche delle ex del proprio fidanzato. Mica per invidia o timore…piuttosto per <<Sì, chiediti pure come faceva a stare con te>>.

2. Avarizia- scarsa disponibilità a spendere/ donare quel che si possiede
Ammetto (e qui pecco di modestia) che la scarsa disponibilità a spendere non fa al caso mio, anzi. Però sì, in qualche caso non mi piace dare le mie cose a destra e a manca. Tipo le scarpe. <<…Perché non regali questi stivali a Tizia, tanto non li metti più…>>. No. No perché prima o poi li metto, non so quando ma so che arriverà il giorno. Anche perché ogni volta è sempre la stessa storia…mi libero di una cosa e, puntuale come la Morte e del tutto consona alla Legge di Murphy, arriva l’occasione. E io bestemmio.

3.Lussuria- desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a se stesso
Per me questo vizio qui l’ha inventato una donna medievale con quindici figli e un marito che non credeva più da un pezzo al <<…stasera no, ho mal di testa”>>. Perché è chiaramente un primordiale tentativo di controllo delle nascite. Oppure l’ha inventata uno talmente invidioso ( e magari bruttino) dei suoi amici trombadeur che ha giocato la carta del “Dio, se scopi per un motivo diverso dalla procreazione, ti punisce facendoti bruciare per l’eternità tra le fiamme dell’Inferno”. Comunquesia, dato che la madre dei cretini pare sia sempre molto feconda e la mela cada raramente lontano dall’albero, ci gioco il collo che Dio voglia un Mondo costellato dalla progenie di una coppia di diversamente furbi. Detto ciò, tirate voi le somme.

4. Invidia- tristezza per i beni altrui
A chi non è mai venuta una botta d’odio perché un qualche pirla di turno ha cose che non meriterebbe? Tipo, non so, uno svogliato ignorante come una capra che ha una laurea e tu che sputi sangue dalla notte dei tempi sei talmente fuori corso che ormai sei messo giù come finanziatore dell’Università. Oppure un inetto disperato che, al lavoro, guadagna più di te che ti spacchi la schiena, nonostante la sua assunzione suoni più come volontariato sociale che altro. Oppure, ancora, quando una stronza cosmica nonché cessa epocale, con la simpatia di una scarpa vecchia, ha per moroso un uomo meraviglioso che la ama alla follia. Non è invidia, è senso di dispiacere di fronte all’evidente fallimento della meritocrazia applicata alla vita.

5. Gola- abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola
Cioè non è che voglio fare la mangiona della situazione…però a me vien proprio fame. Tipo dopo la palestra o mentre studio. Ma anche nei momenti di noia! Sei lì che non sai cosa fare, in tv non c’è nulla…cosa fai? Apri il frigorifero o l’anta della credenza e ci infili dentro la testa. Poi ci sono dei momenti in cui mangiare anche quando si è sazi è d’obbligo, tipo quando trasmettono la centoventiduesima replica de “Una mamma per amica”, prima del ciclo e dopo un due di picche. E anche qui, in questi due ultimi casi,  non è ingordigia…è cura omeopatica della depressione incalzante.

6. Ira- irrefrenabile desiderio di vendicare un torto subìto
Siamo onesti, quanno ce vò ce vò! Soprattutto perché se si lascia correre nella speranza che l’insegnamento venga da se…stai sicuro che non ci sarà lieto fine. Cosa dovremmo fare? Subire i torti senza muovere un dito? Porgere l’altra guancia e metterci ad angolo retto per fargli prendere meglio la mira? È che la gente, certa gente, proprio non li capisce i messaggi lanciati con gentilezza o, talvolta, indirettamente. Alcune persone capiscono solo la lingua del terrorismo, verbale e fisico. Senza contare che, quando ti fanno un torto, svaccano sempre portandoti all’esasperazione…quindi se l’aspettano una tua esplosione. Chi siamo, noi, per deluderli?

7. Accidia- torpore malinconico, inerzia nel vivere e compiere azioni benevole
Quando è inverno piove e c’è la nebbia, in estate quaranta gradi 100% umidità. Chi c’ha voglia di uscire? Chi c’ha voglia di svegliarsi alle sei di un tipico lunedì mattina di gennaio, in una landa desolata della Pianura Padana, per andare in bicicletta in stazione in direzione Milano, del tutto consapevole di aver davanti un’intera settimana di lavoro noioso con colleghi merdosi?! Nessuno. Così come non si ha voglia di andare in palestra con la nebbia che ti penetra nel cervello, di studiare latino quando tutti gli altri sono in piscina o a mangiare l’anguria e di stirare settanta camicie il tredici agosto col condizionatore rotto. È un dato di fatto e nessuno, Dio compreso, può biasimarci.

Nel Medioevo (lo dice Wikipedia) ne sono stati aggiunti altri due (perché sette non bastavano), la depressione e la vanità. Se sei depresso è male (non importa per quale motivo, è male…punto.) perché significa che non apprezzi le opere di Nostro Signore e se sei bello ringrazia il Cielo ma non farlo pesare agli altri perché poi se no poi la gente ci rimane male e si crea tutto un circolo vizioso di eventi che all’Altissimo non piace.

Quindi, amici miei, dopo questo brevissimo esame di coscienza e del tutto consapevole (e fortemente speranzosa) di non essere la sola…vi aspetto in chiesa per pregare fino a Santo Stefano. E nel caso non potessimo causa impegni natalizi, ci vediamo all’Inferno. Però, se così fosse, vi chiedo una cosa: accordiamoci su chi porta cosa, giusto per non trovarci -come in ogni festa disastrosa e male organizzata che si rispetti- con dieci bottiglie di Coca Cola light e una di vodka.

Buon Natale a tutti quanti! (…E che Dio ci assista!)

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