“Pèntiti! E andrai nel Regno dei Cieli…” – Le confessioni natalizie

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Anche stamattina, come ogni anno, mia mamma mi è piombata nella camera con la furia di una Valchiria in ritardo e, con voce tonante, mi ha detto che dovevo andare in chiesa a confessarmi. Perché? vi starete chiedendo. Perché è Natale e a catechismo ce lo facevano sempre fare.

Me lo ricordo come se fosse ieri. L’ansia era alle stelle e, come se non bastasse, la catechista ci ammoniva di dirglieli proprio tutti i “peccati” al prete, perché, se avessimo detto le bugie, Dio lo avrebbe saputo e sarebbero stati (sto parafrasando) cazzi amari per noi e le nostre ormai non più candide anime. Quindi immaginate me bambina, seduta su una panca in mezzo a tanti altri bambini angosciati, ad elencare mentalmente i miei peccati in modo da non scatenare l’ira divina. Poi arrivava il mio turno e cominciava la solfa.

– Padre, perdonami perché ho peccato…
*formule da confessione del prete e bla bla bla*
– Ho mangiato il cioccolato, non sono arrivata neanche al terzo giorno di fioretto e ho risposto male alla mamma. Poi ho guardato la televisione di nascosto anche se ero in punizione e…mmh…credo sia tutto…ah no no no aspetti! Domenica scorsa non sono andata a messa. 

Che a me non sembravano cose poi così gravi ma al prete, evidentemente, sì dato che mi riempiva di preghiere da dire in segno di pentimento, lunghe come la fame.

– Bene, adesso vai e recita quattro Ave Maria, cinque Padre Nostro, tre Atto di Dolore e un Salve Regina.

Detto ciò, alla luce di quanto detto, ho felicemente realizzato che, se mi confessassi adesso, passerei tre giorni in preghiera sui ceci. Ma, diversamente da quand’ero bambina, gestirei la cosa con esaustive argomentazioni a sostegno della mia tesi “non peccare, talvolta, sarebbe un peccato!“.

1. Superbia- desiderio irrefrenabile di essere/sentirsi superiori ad altri
In certi casi sentirsi superiori è d’obbligo. Perché devo sentirmi al pari di uno che, all’alba dei trent’anni, nato e vissuto in Italia e in dotazione di un’istruzione scolastica, scrive ancora il verbo avere senza h? Poi, comunque, un po’ di sana competitività ci sta…tipo essere più gnocche delle ex del proprio fidanzato. Mica per invidia o timore…piuttosto per <<Sì, chiediti pure come faceva a stare con te>>.

2. Avarizia- scarsa disponibilità a spendere/ donare quel che si possiede
Ammetto (e qui pecco di modestia) che la scarsa disponibilità a spendere non fa al caso mio, anzi. Però sì, in qualche caso non mi piace dare le mie cose a destra e a manca. Tipo le scarpe. <<…Perché non regali questi stivali a Tizia, tanto non li metti più…>>. No. No perché prima o poi li metto, non so quando ma so che arriverà il giorno. Anche perché ogni volta è sempre la stessa storia…mi libero di una cosa e, puntuale come la Morte e del tutto consona alla Legge di Murphy, arriva l’occasione. E io bestemmio.

3.Lussuria- desiderio irrefrenabile del piacere sessuale fine a se stesso
Per me questo vizio qui l’ha inventato una donna medievale con quindici figli e un marito che non credeva più da un pezzo al <<…stasera no, ho mal di testa”>>. Perché è chiaramente un primordiale tentativo di controllo delle nascite. Oppure l’ha inventata uno talmente invidioso ( e magari bruttino) dei suoi amici trombadeur che ha giocato la carta del “Dio, se scopi per un motivo diverso dalla procreazione, ti punisce facendoti bruciare per l’eternità tra le fiamme dell’Inferno”. Comunquesia, dato che la madre dei cretini pare sia sempre molto feconda e la mela cada raramente lontano dall’albero, ci gioco il collo che Dio voglia un Mondo costellato dalla progenie di una coppia di diversamente furbi. Detto ciò, tirate voi le somme.

4. Invidia- tristezza per i beni altrui
A chi non è mai venuta una botta d’odio perché un qualche pirla di turno ha cose che non meriterebbe? Tipo, non so, uno svogliato ignorante come una capra che ha una laurea e tu che sputi sangue dalla notte dei tempi sei talmente fuori corso che ormai sei messo giù come finanziatore dell’Università. Oppure un inetto disperato che, al lavoro, guadagna più di te che ti spacchi la schiena, nonostante la sua assunzione suoni più come volontariato sociale che altro. Oppure, ancora, quando una stronza cosmica nonché cessa epocale, con la simpatia di una scarpa vecchia, ha per moroso un uomo meraviglioso che la ama alla follia. Non è invidia, è senso di dispiacere di fronte all’evidente fallimento della meritocrazia applicata alla vita.

5. Gola- abbandono ed esagerazione nei piaceri della tavola
Cioè non è che voglio fare la mangiona della situazione…però a me vien proprio fame. Tipo dopo la palestra o mentre studio. Ma anche nei momenti di noia! Sei lì che non sai cosa fare, in tv non c’è nulla…cosa fai? Apri il frigorifero o l’anta della credenza e ci infili dentro la testa. Poi ci sono dei momenti in cui mangiare anche quando si è sazi è d’obbligo, tipo quando trasmettono la centoventiduesima replica de “Una mamma per amica”, prima del ciclo e dopo un due di picche. E anche qui, in questi due ultimi casi,  non è ingordigia…è cura omeopatica della depressione incalzante.

6. Ira- irrefrenabile desiderio di vendicare un torto subìto
Siamo onesti, quanno ce vò ce vò! Soprattutto perché se si lascia correre nella speranza che l’insegnamento venga da se…stai sicuro che non ci sarà lieto fine. Cosa dovremmo fare? Subire i torti senza muovere un dito? Porgere l’altra guancia e metterci ad angolo retto per fargli prendere meglio la mira? È che la gente, certa gente, proprio non li capisce i messaggi lanciati con gentilezza o, talvolta, indirettamente. Alcune persone capiscono solo la lingua del terrorismo, verbale e fisico. Senza contare che, quando ti fanno un torto, svaccano sempre portandoti all’esasperazione…quindi se l’aspettano una tua esplosione. Chi siamo, noi, per deluderli?

7. Accidia- torpore malinconico, inerzia nel vivere e compiere azioni benevole
Quando è inverno piove e c’è la nebbia, in estate quaranta gradi 100% umidità. Chi c’ha voglia di uscire? Chi c’ha voglia di svegliarsi alle sei di un tipico lunedì mattina di gennaio, in una landa desolata della Pianura Padana, per andare in bicicletta in stazione in direzione Milano, del tutto consapevole di aver davanti un’intera settimana di lavoro noioso con colleghi merdosi?! Nessuno. Così come non si ha voglia di andare in palestra con la nebbia che ti penetra nel cervello, di studiare latino quando tutti gli altri sono in piscina o a mangiare l’anguria e di stirare settanta camicie il tredici agosto col condizionatore rotto. È un dato di fatto e nessuno, Dio compreso, può biasimarci.

Nel Medioevo (lo dice Wikipedia) ne sono stati aggiunti altri due (perché sette non bastavano), la depressione e la vanità. Se sei depresso è male (non importa per quale motivo, è male…punto.) perché significa che non apprezzi le opere di Nostro Signore e se sei bello ringrazia il Cielo ma non farlo pesare agli altri perché poi se no poi la gente ci rimane male e si crea tutto un circolo vizioso di eventi che all’Altissimo non piace.

Quindi, amici miei, dopo questo brevissimo esame di coscienza e del tutto consapevole (e fortemente speranzosa) di non essere la sola…vi aspetto in chiesa per pregare fino a Santo Stefano. E nel caso non potessimo causa impegni natalizi, ci vediamo all’Inferno. Però, se così fosse, vi chiedo una cosa: accordiamoci su chi porta cosa, giusto per non trovarci -come in ogni festa disastrosa e male organizzata che si rispetti- con dieci bottiglie di Coca Cola light e una di vodka.

Buon Natale a tutti quanti! (…E che Dio ci assista!)

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Manuale di sopravvivenza per non farsi strozzare dalle di lei gambe durante un cunnilingus

 <<…L’adagiò sul letto, appoggiandosi a lei con tutto il suo corpo; con le labbra le sfiorò il collo e poi giù, fino ai seni, strappandole un vibrante sospiro. Lei lo spinse giù, perché è lì che lo voleva, lui obbedì…senza sapere che, quello che stava cercando, era circa tre centimetri sotto il luogo in cui credeva che fosse.>>

Capite che stride? Cioè anche così, ad orecchio, stona. Figuriamoci viverla, una situazione del genere. Che poi è proprio una cosa imbarazzante. Non è che si può fare come quando vi addormentate sulle nostre folte chiome che vi diamo una gomitata nelle costole e vi svegliamo. Anche perché, se vi indirizziamo verso la retta via, ci rimanete male e bon, chi s’è visto s’è visto. Perché si sa che con le critiche costruttive c’andate mica troppo d’accordo. Anzi. Ve la prendete a male e cacciate giù il broncio. Sbuffate, vi girate su un fianco, accendete la tv e non ci parlate per tre giorni. E se non ve lo diciamo è pure peggio! Perché col il silenzio siamo complici dello sfacelo. Quindi oggi parleremo di cosa non fare per uscire dalle tenebre e andare, finalmente, verso la luce.

Geografia, amica mia

Sapere come è fatto il corpo umano, aiuta. E se andate alla cieca nella speranza di trovare il Tesoro Perduto per un’epocale botta di culo, lo capiamo. Sì, noi lo capiamo. Perché non siamo sceme e, secondariamente, conosciamo il nostro corpo. Wikipedia o Esplorando il corpo umano, leggete e imparatene tutti, questa è la nostra vagina.

 2 Fast 2 Furious

Twister è tollerabile solo in prima serata, su Italia 1, Rowenta-per chi non s’accontenta in un contesto casalingo. Giù al sud, non sono piacevoli. E neanche la lingua come se fosse un’anguilla impazzita, in rigor mortis o in modalità “ariete-sfonda-porte” attivata. Noi siamo esseri delicati, lo capite dalle piccole cose…tipo gli afflati di vento che ci bloccano il collo, una punta di cioccolato che ci fa venire gli sfoghi…figuriamoci laggiù, dove non batte il sole. E poi, così come per voi, anche noi abbiamo le nostre dinamiche di funzionamento.

Incredibile morbidevolezza dell’essere

Se bastano due ciuffi di barba per trasformarci la pelle della faccia (che sopravvive a freddo, intemperie e trucchi non sempre di qualità) in un campo di fragole, cosa vi fa pensare che non sia lo stesso a sud dell’equatore? Se ce l’avete ispida tipo cinghiale -perché mica tutti ce l’hanno uguale- o la tenete lunga, alla Babbo Natale, oppure tagliatela. Il pelo piace sui modelli che si rotolano sulla spiaggia travolti dalle onde o salgono sui gommoni in micro slip bianchi, sulla gigantografia di David con la mutanda di Calvin e su Gerard Butler in tutti i film…ma prima e durante l’intimo atto, punge.  Ogni rosa ha le sue spine, cantavano i Poison…per questo esistono le cesoie.

Parole, parole, parole…

Come dissi in un altro dei miei articoli, non è che c’è proprio sempre da parlare. Ci sono momenti, nel corso di una vita, in cui c’è da tacere. O meglio, parlare con moderazione, soprattutto se, con la bocca, ci state facendo altro…tipo mangiare o, per l’appunto, intrattenere l’ospite (cioè noi). Noi -o meglio, qualcuna di noi- non siamo come voi a cui, fondamentalmente, basta poco. Noi dobbiamo concentrarci e abbiamo bisogno della pace dei sensi…se ci distraete perdiamo lo zen, con lo zen la poesia e, con la poesia, la pazienza.

Do not press this button

Nel luogo in cui siete, non ci sono bottoni. Quindi è inutile pigiare il nostro clitoride a mo’ di campanello del portone.

*Dlin dlonnnn*

– Posso???

– Prego, avanti, entri pure…faccia come se fosse a casa sua!

– Ma grazie ma che gentile! Entro?

– Entri entri!

No. non funziona così. Non è un bottone, il tasto della banca che se lo schiacci arrivano i Carabinieri e tantomeno il pulsante di Sarabanda che sfondi quando sei arrivato all’ultima canzone e, cazzo, la sai ma hai solo tre secondi di tempo. Quindi, please, delicatezza e do not press this button!

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Ma cosa possiamo farci, noi? Alla fine non è colpa nostra se nessuno vi ha mai detto niente a riguardo. Non è colpa nostra se avete preferito giocare spensierati ai videogiochi e la patata era l’ultimo dei vostri pensieri. “Ma fa beneeee…c’è tempo per pensare alle donne!” dicevano di voi quando eravate adolescenti. No. Non c’è tempo. Perché poi a pagarne le spese siamo noi poverine. Siamo noi che stiamo lì a morderci la lingua quando vorremmo dirvi che quello lì su cui state sbavando è il gomito. Siamo noi che pazientiamo e, nell’attesa che il tormento finisca, teniamo la mente impegnata invece che chiudervi le gambe a tenaglia intorno al collo e strozzarvi.

Comunque, salvo casi di talenti mancati, ve ne accorgete subito se qualcosa non va. O guarda esanime il soffitto con la verve di un’appestata sul letto di morte o finisce con la velocità di flash, sbattendovi fuori casa con un frettoloso “èstatobellissimociao…“. Per tutto il resto, come per ogni “tutto il resto” che si rispetti, c’è Mastercard. E con quella son bravi tutti.

L’altra faccia del Natale- quella dell’ansia

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Chi ha inventato il detto “a Natale siamo tutti più buoni”, molto probabilmente è perché non ha conosciuto me e quella piccola cerchia di gente a cui, nel periodo Natalizio, sale il crimine. Noi -mi prendo la libertà di parlare a nome di tutta la comunità- che siamo nati sotto il segno dell’Ansia, la magia del Natale ce la godiamo proprio poco per tutta una serie di motivi che, adesso, vi andrò a spiegare.

L’ansia da regalo
Ci tormenta in modo ossessivo compulsivo. Non sappiamo mai cosa regalare a chi, quindi procrastiniamo di continuo il giorno degli acquisti facendo finta di avere tutto sotto controllo. Per poi ritrovarci il giorno della Vigilia a scorrazzare come ossessi per la città alla ricerca del regalo perfetto e particolare -perché noi non ci accontentiamo- con un improvviso blackout sui potenziali gusti e taglie corporee dei cari riceventi, del tutto consapevoli che non ci ricorderanno per il regalo ma per la frase “se non ti va bene (o non ti piace) puoi cambiarlo!”.

L’ansia da spese extra
A fianco, per ovvi motivi, dell’ansia da Regalo, c’è quella delle spese extra. Se agli altri piovono soldi, a noi poverini escono. Inesorabilmente e per i motivi più vari. Ci si caria il dente e dobbiamo andare dal dentista, ci viene la pallina sotto alla lingua e andiamo dall’otorino, ci si rompe la macchina e il tubo del bagno, l’IMU triplica e prendiamo tre multe. Così, oltre al pallino della scelta del regalo, abbiamo anche quello di comprarne quindici con cinquanta euro a disposizione e la pretesa di non andare a parare sul solito bagnoschiuma all’essenza di rosmarino.

L’ansia da Capodanno
Cos’è quella cosa che comincia ad angosciarti più o meno da Settembre, accompagnandoti in crescendo di mese in mese, con il suo picco finale nel giorno trentuno Dicembre mattina? Capodanno. La costante universale fissa della mia vita, oltre agli occhi azzurro cielo e un salvagente al posto dei fianchi, è che a Capodanno non so mai cosa cavolo fare. Un po’ perché sono povera e le cose figherrime tipo baita e vin brulè a Covvvtina D’Ampezzo non posso permettermele…un po’ perché sembra che sia l’unico giorno utile in cui si debba fare qualcosa di particolare. Non so voi, ma a me l’ansia del “dover fare a tutti i costi…” fa venire ancora più ansia. E tutta questa ansia culmina in un tripudio di depressione e scoraggiamento una volta che realizzo che quella che avrebbe dovuto essere la sera più pazza dell’anno, in realtà, è la peggiore.

L’ansia da meteo
La seconda cosa che pensi dopo “dove cazzo vado a Capodanno?” è “Devo guardare il meteo”. Sì perché su quindici giorni di feste, tredici c’è il sole e due piove (o nevica). E puntualmente capita quando ti devi spostare tu e devi compiere tragitti medio-lunghi, cioè la sera del Venticinque quando raggiungi il fidanzato per il cinepanettone dell’anno e quella del Trentuno. E Se proprio ti va di culo, le strade ghiacciano. Cosa c’è di più romantico di un incidente mortale nelle feste?

L’ansia da parenti
Natale : amici, conoscenti e parenti = sale : cellulite. E con gli amici, i conoscenti e i parenti arriva il caos e, col caos, le domande a raffica. Quali? Tutte quelle che non vuoi sentirti fare e a cui non vuoi rispondere, neanche se sei tu a fartele, figurati se escono dalle bocche altrui. <<Quando finisci l’università? Ti manca tanto? Mia nipote ha già finito, lavora, è realizzatissima, ha in vista almeno tre promozioni, si sveglia col sorriso sulle labbra e ha una voliera di passerotti rossi, gialli e blu che ogni mattina la vestono e la pettinano cinguettando!>>. Al che li lasci parlare, fai un breve resoconto mentale della tua vita, li immagini ardere su un rogo perché lo fanno palesemente apposta e, dopo un profondo respiro, ingoi per l’ennesima volta il rospo e rispondi con un bel <<Ma come sono contenta!>>. Che, in realtà, è un ingozzati col Pandoro.

L’ansia da studio e quella da ferie
Chi, come me, fa (ancora) l’università, sa per certo che il mese di Dicembre sarà diverso dagli altri perché ricco oltre ogni modo di giorni-distrazione. Per noi -soprattutto noi fuoricorso- il giorno di Natale sarà solo “tanti giorni in meno all’appello di Gennaio”, il Primo Gennaio una maledizione perché non si studia causa coma e l’Epifania il momento della verità, giorno che sancisce la decisione di iscriversi o no all’esame. Per chi lavora, invece, il pallino è un altro. Le ferie. In un ufficio si è in tanti e bisogna venirsi incontro, la regola dovrebbe essere questa…peccato che ci sia sempre quel collega che cerchi, ogni anno, di metterla in quel posto a tutti quanti. Lui fa il ponte, la Vigilia deve stare a casa anche se il negozio (o l’ufficio) rimane aperto, a Capodanno anche perché deve cucinare l’arrosto e si prende puntualmente il giorno in più perché a lavorare a metà settimana non ci vuole proprio venire. Grazie, con tutto il cuore, per la tua disponibilità nei confronti di tutti gli altri che ogni anno godono come ricci a lavorare fino alle otto e mezza di sera del trentuno Dicembre.

Eccole qui, le mie (nostre, non voglio sentirmi sola) ansie natalizie. Quelle che mi fanno svegliare col patema d’animo e mi accompagnano fino al sei Gennaio, impedendomi di assaporare a pieno l’energia positiva delle Feste e facendomi passare, agli occhi dei più, come la più epocale delle stronze. Ma ce n’è un’altra, quella che più di tutte m’inquieta, quella che arriva a scoppio ritardato nonché prova tangibile che l’Epifania non si porta via proprio tutto delle feste, la più subdola di tutte…l’ansia da chili di troppo. Ma ci penseremo a Gennaio, che, per ora, ahimè, ce ne sono già abbastanza.

Non è una moda per tutte- gli shorts (quelli invernali)

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Quest’estate hanno letteralmente spopolato. Due anni fa anche. E, anno dopo anno, la solfa non cambia. Vado da Zara col cuore gonfio di speranza e cieca davanti all’evidenza, me li provo tutti…e rimango fissa davanti allo specchio per circa un’eternità, con un’aria da mi è appena morto il gatto mista a profonda desolazione. Poi sgattaiolo fuori dal camerino come un cane bastonato, li lancio in mano alla commessa di turno e mi congedo con un frettoloso <<Mhh non mi ci vedo proprio…>> evitando il più possibile il contatto visivo, perché lei già lo sapeva. Dopo esco e vado a parare sul solito vestito consolatore tendiforme -di quelli che mettono in un angolo, tra il reparto pre-maman e mamme di mezza età giovanili ma classiche- da infilare sopra ad una guaina stringiciccia di tre taglie in meno, concludendo la giornata con uno yogurt gelato con Nutella e nocciole affinché il cioccolato con le sue endorfine dia un bel calcio in culo alla depressione galoppante.

Poi l’estate passa, finisce e se ne va. Il sole tramonta, l’afa diventa nebbia e la brezza gelo artico. E sorrido perché posso tirare un sospiro di sollievo perché, finalmente, basta culi al vento. Basta culi, basta gambe perfette (o eccessivamente imperfette…) strizzate in perfette braghette mignon, basta agonie da pantaloni lunghi in giornate con picchi di calore che manco nel Sahara, basta patemi e basta preoccupazioni sulla cellulite che, con gli shorts, magicamente quadruplica. 

Torno da Zara e…tadaaaaan!!!! Abbinati al maglione in pura lana vergine da viaggio in Patagonia cosa c’hanno messo? Loro. Gli hot-pants modello invernale, che differiscono dagli estivi fondamentalmente per un colore più scuro. Accanto, quelli in lana con i ricami tirolesi che sembrano body da neonato con tanto di pannolone, gli “elegantissimi” annegati nelle paillettes oro per la sera e, infine, i super ascellari by 1980 che l’effetto cameltoe c’è per forza, anche se pesi venti chili, magari da mettere con le scarpe che vanno di moda adesso che a me ricordano i naziskin e le camiciole da educanda.

Non bastava farci terrorismo psicologico in estate? Dovete farci sentire antisesso anche in inverno? Se il tripudio di culi tra luglio e agosto è tollerabile perché c’è caldo e il caldo non va patito, in inverno no. Lanciare la moda degli shorts invernali è da bastarderrimi, perché fa freddo e non hanno altra utilità se non quella di demotivare l’animo di chi come me in palestra non ci va e, se ci va, non ci va regolarmente.

Comunque, il problema degli shorts (e di chi li fa) è che non ci sono vie di mezzo. O sono mutande oppure braghe alla Alvaro Vitali ne “Pierino e il medico della SAUB”. O ti lasciano fuori mezza chiappa o ti arrivano al ginocchio. O rimandano al sesso selvaggio o alla gita dei pensionati a Venezia. Non c’è il famigerato compromesso, per noi che non mangiamo ottanta grammi di carboidrati ma molti di più. Per tutte le altre, quelle col deretano granitico e la pelle di pesca e quelle che tutto possono, anche se non possono, c’è Mastercard. E un mondo di shorts, spesso così brutti che più brutti non si può…ma che vanno talmente di moda che metterli diventa un piacere. Anche se fanno sanguinare gli occhi a chi li guarda.  

Un, due, tre…FELLATIO!

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Arriva un momento nella vita, in cui c’è da prendersi le proprie responsabilità. Iscriversi al corso di spinning rimandato da mesi, staccare dal muro il poster di Sabrina vita da strega…abbandonare i pantaloni a zampa d’elefante o le Fornarina con la zeppa, anche se ci piacciono e sono comode. E praticare il tanto agognato sesso orale con il partner. Perché all’uomo -qualsiasi uomo- piace. Senza contare poi che, secondo uno studio di esperti newyorchesi, avrebbe anche tantissimi effetti benefici sulla donna, in particolar modo sul sonno e sull’umore.

Quindi, amiche mie, vuoi per il sonno ristoratore o in nome del di lui piacere, questa fellatio s’ha proprio da fare. O meglio, sarebbe cosa assai gradita. E dato che siamo delle grandi perfezioniste, se si fa, conviene farlo bene. Purtuttavia, si sa, non tutte le ciambelle escono col buco. Ed è proprio il caso di queste dieci tipologie di donne che, a sentir le mie fonti, dovrebbero rivedere il concetto di “fellatio”.

1. L’Allegra Chirurga

Avete presente quel gioco dove c’è il paziente con dei buchi sul corpo e se toccate i bordi nell’estrargli il pomo d’Adamo suona e gli si illumina il naso?! Ecco. Il pene, se anche lo toccate con la bocca, non suona, non s’illumina e non venite squalificate. Non si dice l’effetto pesce ventosa…ma neanche il vuoto cosmico.

2. L’Absolutely nonsense

Il concetto di fondo non è complesso e neanche troppo dissimile dall’azione del mangiare il Calippo, o, se il Calippo non vi piaceva, il Pirulo Tropical. Per quanto la fantasia possa viaggiare e viaggiare e viaggiare…le cose da farci non sono poi molte. Se brancolate nel buio, andar per logica, talvolta, può aiutare.

3. T-Rex

Non ci vedete più dalla fame? L’ora del quarto spuntino della dieta dei cinque pasti al giorno è prossima? Sentite uno sfrigolio nelle gengive e il bisogno impellente di affondare le fauci in qualcosa di morbido? Fatevi una Fiesta, mangiatevi un tarallo o mordete il calco in pongo del dentista. Il pene non si mangia, non si morde e non si azzanna. Pene ferito, uomo finito.

4. Forever Tantra

Non è che tutto ciò che concerne l’amore deve essere preceduto da otto ore di massaggi all’olio di barbabietola con fumi di essenza di tamarindo, musica chill out, luci da camera ardente e ambiente in stile tempio buddista. Certe volte si può anche saltare tutta la manfrina e andare dritti al sodo…così, per evitare il sonno eterno del malcapitato.

5. La Dermatologa in carriera

Un neo può anche non essere un melanoma, così come una macchia non è necessariamente un fungo mortale e una screpolatura un herpes fulminante. Soprattutto se è il vostro fidanzato da otto anni a questa parte e vi ha giurato amore eterno dai giorni dell’asilo. Nel caso il proprietario del suddetto pene sia lo sconosciuto dei bagni di un locale di Marrakech, forse dovevate pensarci prima.

6. La Loquace

Ci sono tante occasioni per parlare del più e del meno…un giro al parco, un caffè alle macchinette, il banco dei salumi della Coop mentre si aspetta di essere serviti. Perché farsi assalire da un attacco di logorrea proprio in quel momento? Qualche parolina ci può stare, pretendere di intavolare un dibattito sulla situazione in Cecenia, no. E comunque, non si parla con la bocca piena.

7. La Guardinga

Chiedere centoventi volte se la conclusione dell’atto sia alle porte, non è esattamente il massimo per mettere a proprio agio il ricevente. Anzi, mette ansia. Quindi relax e, come dice il buon Renato: “…quando arriva arriva!”. Nel suo caso era la Pasqua, nel nostro è un po’ diverso…ma il concetto di fondo è sempre quello.

8. Miss Meccano

Prima, quando parlavamo della Nonsense, abbiamo detto che più di tanto non ci puoi fare. Il che non significa che l’unica azione contemplata sia un su e giù meccanico, monotono e ripetitivo come quello delle pompe di petrolio (per restare in tema) nelle lande del remoto Texas. Verve ragazze, verve!

9. Ice Girl

Più o meno come Miss Meccano ma più creativa, tuttavia seria e composta che ti fa venire il dubbio se lo stia facendo per piacere oppur per dovere. Dato che nessuno obbliga nessun altro a fare niente, non è necessario martirizzarsi. In caso l’obbligo ci fosse, il morso è d’obbligo. Possibilmente, letale.

10. La Burlowoman

Biripiri puccipicci pippopappo…no. E neanche pisellino, ma chi c’è qua, funghetto mio, vermicino e tutte quelle frasi agghiaccianti che sembra che si stia parlando ad un infante. Non si fa bubusettete al pene, non lo si usa per giocare al cambio della marcia e non si esplode mai, in nessun caso e per nessuno motivo al mondo, in una fragorosa e possente risata nell’atto finale. E se vi fa ridere, forse è il caso che vi interroghiate sulla vostra sessualità.

Manuale di sopravvivenza per la fidanzata pendolare

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foto di Matteo Groppi- untitled

Chi ha detto che gli amori a distanza sono infattibili, non ha mai conosciuto noi. Noi che niente può fermarci e i chilometri non ci spaventano. Noi che abbiamo l’abbonamento a vita a Trenitalia perché viaggiare in macchina costa troppo, che sfidiamo la Sorte e le intemperie per Amore e siamo la prova vivente che l’influenza non sempre si prende sui mezzi pubblici. O, per lo meno, che a furia di dai gli anticorpi te li fai.  E oggi scriverò proprio di questo. Oggi, amici e amiche, dopo due anni di pendolarismo estremo e tutto ciò che ne consegue, stilerò un brevissimo vademecum a dimostrazione che, con qualche accorgimento, ci si può anche fidanzare con un individuo che non sia il vicino di casa.

1. Le Tempistiche

Non bisogna mai dare mai niente per scontato. Neanche se abiti a cinque minuti dalla stazione e sono le 14:30 del quindici di Agosto perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, tipo l’influenza del conducente dell’autobus, i lavori in corso che fanno passare un mezzo alla volta o la fila in biglietteria lunga più o meno come la Muraglia Cinese.  Le tempistiche sono vitali: uscire di casa prima può far sì che non ti rompi una gamba nella corsa giù per le scale per arrivare all’agognato binario o evitare di farti chiudere la testa tra le porte automatiche del treno.

2. Viaggiare informati

I siti internet di Trenord e Trenitalia devono essere più battuti di Facebook, così come quelli del meteo, perché se c’è uno sciopero o un pallino meteorologico, lo devi sapere. Così la settimana prima vai alla Decathlon, ti compri una tenda, il fornellino a gas e un valido sacco a pelo…e ti accampi in stazione la sera prima per essere sicura di prendere il primo treno disponibile, sia esso quello delle 5:40 che fa centoventi fermate o il treno merci delle 21:10. Il solo ed unico scopo è arrivare a destinazione, tutto il resto non conta.

3. L’Organizzazione: l’aspetto

Passare il week-end dal fidanzato fuori sede è una cosa molto seria poiché, dato che il lasso di tempo tra un ricongiungimento e l’altro è più lungo rispetto ai comuni mortali, non puoi presentarti -come dice mia nonna- alla Carlona ma come Dio comanda, quindi magari coi capelli possibilmente non appiccicati sulla testa e un aspetto gradevole agli occhi, anche perché stai certa che ci penserà già il treno a darti il colpo di grazia ed imbruttirti a dovere.

3.1. L’Organizzazione: la valigia

Dopo la preparazione del corpo, quella della valigia è la più importante. Richiede molto tempo e meditazione, in funzione delle possibili variazioni spazio/ tempo (quello meteorologico)/ sfiga, tutto ciò con la consapevolezza che non puoi portarti dietro l’intero armadio a tre ante di camera tua. Prepararla alla rinfusa può comportare rischi quali la dimenticanza di indumenti vitali come il ricambio della biancheria intima o i vestiti che sembra che c’hai dormito dentro in un pollaio.

4. L’Abbigliamento da viaggio

I treni e le stazioni non sono esattamente i luoghi adatti per sfoggiare i vestiti migliori che hai nell’armadio (quelli è meglio lasciarli per la cena con il tuo lui), la sporcizia e l’appiccicume regnano sovrani, senza contare che pullulano di individui poco raccomandabili, soprattutto nelle ore meno frequentate da lavoratori pendolari. Inoltre, il clima sembra andare oltre le normali leggi della Natura e, proprio per questo, la polmonite è dietro l’angolo.

4.1. L’Abbigliamento da viaggio: must e mustn’t- le scarpe

Scarpe comode, il che non esclude quelle col tacco, a patto che non siano modello grattacielo. Un tacco quindici è instabile sull’asfalto, figuriamoci su un mezzo in movimento; inoltre Dio non voglia che ti scambino per una passeggiatrice e ti importunino. Sandali e infradito combattono sì il caldo ma trasferiscono anche tutta la sporcizia dalla strada ai tuoi piedi, peggio di uno Swiffer.

4.2. L’Abbigliamento da viaggio: must e mustn’t- l’outfit

L’Outfit anti-sgualcimento tipo jeans e maglione o, in estate, maglietta sarebbe il non plus ultra. Camiciole in seta si stropicciano e se sudi fan gli aloni e i capi 100% acrilico ti trasformano in una vaschetta ambulante di taleggio. Capi d’abbigliamento estivi che lasciano schiena e gambe eccessivamente scoperte, oltre a creare lo stesso problema delle scarpe tacco quindici, ti mettono a strettissimo contatto con i tessuti dei sedili: se son di plastica ti scortichi la pelle e se in tessuto rischi la lebbra. In inverno vestirsi a strati può aiutare per gli sbalzi climatici interni ed esterni, nel caso remoto  in cui il riscaldamento funzioni e sia regolato in modalità camino alpino. Se come al solito invece è rotto, almeno non rischi il congelamento.

5. Nella borsa, non deve mai mancare

Il cellulare, carico in termini di batteria e di credito. Se il treno si ferma in una landa desolata, devi poter comunicare al tuo Romeo il ritardo, in modo da non fargli fare le radici sul binario di arrivo del tuo treno. Inoltre, se hai uno smartphone, puoi navigare in internet e usarlo da lettore musicale, se invece è quello del Paleolitico, lo puoi usare come arma contro i malintenzionati. In caso, proprio quel giorno, i tuoi amici di Facebook decidano di postare niente di nuovo, un buon libro può esser la soluzione. Un ombrello resistente, perché si sa, il tempo è volubile più o meno come una donna nel clou del periodo pre-mestruale. Una felpa e una sciarpina, anche se è luglio: quelli che gestiscono l’impianto di condizionamento sono gli stessi che gestiscono quello di riscaldamento, o ti cuociono o ti congelano. E, se non ti congelano, ti fanno venire la cervicale. O la goccia al naso, quindi nella tua borsa ci devono essere anche i fazzoletti, per non rischiare di fare quaranta minuti di viaggio a tirar su col naso. Se proprio sei una maniaca dell’igiene, il gel antibatterico alla soda caustica, che appena lo apri ti viene la vampata di alcol che, oltre a bastare per sterilizzare l’ambiente, ti fa anche venire gli svarioni. L’Acqua per non arrivare a destinazione con l’arsura, uno snack per tappare il buco della fame, cicche o caramelle per evitare, se mangi lo snack, di baciare il tuo fidanzato con un retrogusto di patatine al formaggio in bocca. Un antidolorifico nel caso di un mal di testa potente da placare.

6. Materiale Extra

Tanta pazienza, capacità e spirito di adattamento oltre ogni limite, preparazione altletica ragionevole in caso di ritardo o traballamento del vagone, condizioni di salute ottimali, sempiterna Speranza in un servizio viaggiatori che invece, puntualmente, fa schifo.

Come potete vedere, si può fare. Non è detto che sia semplice, ci vuole costanza e non bisogna farsi abbattere dalle difficoltà…but nothing’s impossible, ragazze, nothing’s impossibile. Soprattutto, per Amore.