Fiction for Happiness

Immagine

immagine trovata su Google

In venticinque anni di vita non credo di aver mai saputo come va a finire una fiction, qualunque essa sia. Ogni volta la storia si ripete. Serata-tipo con picchi di noia che rasentano il vergognoso, dal calore delle ginocchia capisci che è giunta l’ora di far respirare il portatile, soffocato dalla coperta in pile…accendi il televisore, cinque minuti di zapping, zero programmi interessanti…e lì, su die piedi, mossa da un sentimento di pietà misto ad un miserrimo tentativo di disintossicazione dai canali Sky, decidi di dare una chance alla Televisione nazionale. Inutile dire che l’esito è fallimentare.

Primo, per il quantitativo da coma degli spot pubblicitari. Fuori luogo, il più delle volte. Vi sembra normale che dopo cena, con la digestione in ballo e la sonnolenza da “forse la peperonata era troppo…” e -finalmente!- il tanto atteso snodo della vicenda, uno si debba cuccare infiniti minuti di disquisizioni su pupù liquide e cicli mestruali bislacchi?

Secondariamente, per i temi proposti. Una delle poche certezze più o meno assolute è che, se sui canali Rai le fiction sono molto flash, hanno titoli improbabili e i temi-cardine, solitamente, spaziano dai drammi di vita della portata di catastrofi nucleari a quelli in cui si celebrano le vite intensissime ma non necessariamente felici di noti personaggi italiani defunti, tutto questo sapientemente intervallato con le centonovantottesime stagioni di “Un medico in famiglia”, “Don Matteo” e “Provaci ancora Prof!”, sulle frequenze Mediaset, invece, le ambientazioni sono per il novanta per cento sicule, con un Gabriel Garko mafioso piantato in una stanza a guardare il vuoto, solitamente nei pressi di una porta o di una finestra, con la camicia sbottonata, profondamente pentito per aver fornicato con una stronza abissale che non ama affatto e mai amerà, affiancato dall’arci-nota Manuelona, ciucciatissima in un vestito di stampo campagnolo dalla procace scollatura, straziata dall’incapacità di scegliere tra Onore e Amore e attanagliata dall’atroce dubbio “Sarò ancora la sua Bimbetta?”. L’altro dieci per cento si divide tra serie poliziesche e di vicissitudini quotidiane di famiglie romane di cui almeno un membro ha più di cinquant’anni ed è coatto nell’animo.

Ovvio che poi passa la poesia. Poi, comunque, starci dietro è un impegno. Come portare fuori il cane o cambiare il cotone nella casetta del criceto. Certo, non devi farlo ventotto volte al giorno ma comunque un po’ di costanza per avere una visione totale della vicenda ci vuole. Soprattutto perché se ne perdi una ciao. Se poi tiri tardi a lavare i piatti e ti perdi il riassunto de “Nella puntata precedente…” puoi far su baracca e burattini e passare ad altro. Si ingarbuglia tutto e perdi il filo.

Quindi cosa fare? Ci sono due soluzioni possibili. Uno, tentare l’impossibile e proseguire la visione, senza interrogarci sul perché avevamo lasciato l’equilibrata Tizia con la silhouette da ballerina professionista di danza classica e ora, tre puntate dopo, la ritroviamo incinta di quindici mesi e in overdose da frittura di paranza; due, riprendere il portatile, rimettercelo sulle ginocchia -questa volta con una pila di quaderni sotto per non farlo fondere- e continuare a fare quello che stavamo facendo prima di accendere il televisore. Ossia aprire Facebook e attendere che accada qualcosa. Che, ovviamente, mai accadrà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...