Porno-logica applicata

Immagine

Opera di Gil Elvgren, img trovata su Google

Ieri su Facebook ho visto un post in cui si sosteneva che i romanzi e i film d’amore creano false aspettative da parte delle donne sugli uomini e che i film porno, invece, creano l’aspettativa contraria. Madonna BeataQUANTO È VERO.

La logica dei porno, fondamentalmente, è questa: ogni situazione, qualunque essa sia, può dare il via ad un potenziale giro di tango con qualunque essere vivente, umano, animale o vegetale, che si trovi in un raggio di tre chilometri. E soprattutto, ogni luogo è idoneo, sia esso la tangenziale, un’aiuola o la stalla del Bambin Gesù.

QUINDI. Se la nostra vita -quella di tutti i giorni, dico- fosse un film hard, con tutti i giri che facciamo durante il giorno, dovremmo tirarci dietro, invece della shopper bag, come minimo un trolley di preservativi. Che per le casalinghe e le pensionate diventano due valigie da venti chili l’una. Mia mamma, ad esempio, è capace di andare alla Coop, dal fruttivendolo, in lavanderia, in banca, in Posta, dal fornaio e sul mercato. E tutto questo solo al mattino. Tirate voi le somme.

Poi, dovremmo stare in casa o sul posto di lavoro nude. O meglio, diversamente vestite. Ma quando mai?! In estate posso capire, ma in inverno. Noi abbiamo la cervicale. Prendiamo i colpi d’aria, come i conigli nani che devi tenerli lontani dagli spifferi. Certo si potrebbe pensare di alzare il riscaldamento, però poi c’è il problema che la bolletta impenna e se apri la finestra per annaffiare le piante rischi di creare un ciclone tropicale in casa.

Comunque la solfa vale anche per gli uomini. Adesso, ditemi chi ha mai visto un idraulico sexy. O sono scalognata io che li trovo tutti più Danny de Vito che manzi che ti fanno venire i bollori…o c’è qualcosa che non va.

Inoltre l’uomo pornografico ha sempre e costantemente voglia. L’uomo pornografico smette di guardare i programmi sportivi per dedicarti le sue virili attenzioni e non si fa di certo abbattere dall’indigestione degli otto piatti di polenta e cipolle che ha mangiato per cena. Certo, l’uomo pornografico. Proviamo noi a gigioneggiare con i nostri fidanzati mentre stanno guardando la partita, il MotoGp o la Formula 1.

Non so voi, ma io ho l’assoluta certezza, senza ombra di dubbio, che il mio mi farebbe letteralmente toccare il cielo con un dito. Facendomi volare fuori dalla finestra. I believeeee I caaaaaaan flyyyyyyyyy

C’ho il SUV. Posso.

Immagine

immagine trovata su Google

Piove. Il cielo riversa sulla città ettolitri di acqua, le strade si allagano…e le persone impazziscono. Ma non solo quando diluvia, anche quando vengono giù due goccioline. O c’è la nebbia che t’infracica tutto. Impazziscono e girano con la macchina, creando ingorghi che la metà basterebbe.

Ma non è che i cretini girano solo quando piove. Quando piove spuntano come i funghi e li noti di più, però ci sono sempre. I migliori sono quelli che per prendere la patente c’hanno messo dieci anni e quasi non sanno andare in bicicletta ma hanno il SUV. E magari abitano pure in centro città, dove le vie sono larghe come una grondaia, i box costano più delle case e trovi parcheggio con la stessa frequenza con cui vedi la Madonna a San Bonico.

Per quanto belli possano essere, sono dei baracconi. Ingombrano, ammettiamolo. Soprattutto in città. Se trovi per grazia di Dio un buco in cui piazzarli, significa che minimo altri due cretini rimangono senza parcheggio. Poi hanno dei fari ad un livello che neanche una mietitrebbia…sei lì che vai per il tuo destino sul tuo macinino e, in un attimo, ciao retine.

Senza contare, infine, le donne alla guida dei SUV dei mariti. Mi rivolgo a te, Amica che per fare manovra rischi di investire quattro ciclisti e tamponarmi la macchina, lascia perdere. Vai in bicicletta o con l’autobus. Guarda che non prendi la peste se usi i mezzi pubblici, anzi. Fai un favore all’Umanità, a me e ai quattro ciclisti. Poi risparmi e puoi investire in creme lifting night and day.

Comunque mi diverte il fatto che se uno se lo compra grosso, l’altro ancora di più. Sarà una cosa da maschi-tra maschi? O forse è una strategia di corteggiamento, come gli uccelli tessitori che vince quello che fa il nido più grosso? In ogni caso, nell’attesa di vedere uomini alla guida di trattori, sono giunta alla conclusione che le dimensioni per certa gente sembrano proprio contare tanto. Il fatto che poi perdano quarantacinque ore per fare cento metri è un dettaglio. E anche che si tirano addosso l’ira funesta di una città intera. Ma che problema c’è? Loro c’hanno il SUV. Quindi possono.

Nel Nome del pollo, del tonno e dei fagioli borlotti

Immagine

immagine trovata su Google

Dopo la Coca Cola, è arrivata la Nutella. Con su i nomi, dico. Però loro non la condividono, le cambiano nome e basta. La Nutella è sempre la Nutella ma prima di tutto è Antonia, Benito, Mariuccia e Filiberto. Che per tutti quelli che li conoscono però sono tutta una miriade di cose che sembra che nessuno li chiami mai una volta, che sia una, col loro nome di battesimo.

Forse quella della Nutella è una strategia per far capire agli altri cosa pensiamo della loro massa corporea senza offenderli. Della serie, non ti dico che stai per esplodere ma te ne regalo una latta da mensa scolastica così magari ci arrivi da solo. Ti induco a capirlo, così sembro meno cacca e non mi odierai fino alla Fine dei Giorni, augurandomi le peggio cose. Oppure è un modo velatissimo per portare allo sfacelo i tuoi nemici. Tiè, mò ‘ngozzate.

Perché io mi rifiuto categoricamente di credere che sia un gesto d’Amore, dal momento che anche l’ultimo dei cretini sa che se regali la Nutella condanni a morte il destinatario perché un cucchiaio tira l’altro e dopo tre ore sei con la faccia nel barattolo per leccare quel che rimane. Che gesto d’Amore è regalare una cosa che ti fa venire un’Odissea di brufoli in faccia e ti porta l’acetone a picchi storici?

Poi questa mania di scrivere i nomi la devo capire. Che due scatole. Perché voi ci guadagnerete pure, però siamo noi a subire i danni con le fatidiche e ormai arci-note foto di Facebook. Coca-Cole e Nutelle, Nutelle e Coca-Cole. E sneakers. Non dimentichiamoci le foto dei piedi.

Comunque, fossi in voi nominerei più cose. Tipo, non so…i ciccioli. O il lardo di Colonnata. O i nervetti sott’olio unti e bisunti. “Condivido questa scatoletta di alici piccanti con Ubaldo”… “Tutti ti hanno chiamato in tantissimi modi, però per noi che facciamo il formaggio quasi marcio con i vermi sopra sei e sarai sempre Giannagiulia!”. Così, per vedere fino a che punto la gente è disposta a spingersi per lo scatto-tipo da postare su Instagram, con ottantadue filtri aggiunti per ottenere un effetto il più vintage possibile. Con il tovagliolo sporco di peperonata sullo sfondo del capolavoro. O la nonna dormiente con la bocca aperta e rigolo di bava. Ma questa, è un’altra storia.

Eat, ate, eaten

Immagine

immagine trovata su Google

Le migliori scoperte su te stesso le fai quando meno te lo aspetti e, soprattutto, in situazioni in cui mai e poi mai ti penseresti di poter avere colpi di genio geniali. Tipo mentre sei sul water o in fila alle Poste. Oppure mentre fai la doccia, sei lì che soffochi nello shampoo e track, scopri un lato di te stesso che non conoscevi ancora. A me è successo proprio ieri, mentre poltrivo sul divano con la coperta addosso, nonostante ci fossero trentasette gradi e le api che impollinavano causa effettiva scomparsa delle mezze stagioni.

Ho acceso il televisore e, dopo circa dieci minuti di programma culinario, ho realizzato che io di raffinato ho veramente molto poco. Guardavo il cuoco che con tutta la calma di questo mondo componeva graziose ed architettoniche mono (e molto mini!) porzioni di cibo coloratissimo tutto messo in equilibrio…e il mio unico pensiero era rivolto ad una pentola di polenta con i funghi in cui infilare la testa e mangiare come se non ci fosse un domani. Magari con mezzo litro di rosso fermo.

Mi spiegate una cosa, voi che amate la cucina avanguardista? Siete sazi dopo aver mangiato in quei ristoranti in cui per “primo” si intende un piatto delle dimensioni dello Scudo di Achille con dentro un raviolo scondito con un baffo di sugo da parte e per “secondo di pesce” due cozze spiaccicate in una pappina molliccia che ricorda neanche troppo vagamente il vomito di gatto? Perché a me viene il quadruplo della fame se penso alla “quantità” delle portate. I casi sono due: o avete lo stomaco grosso quanto una bustina di camomilla…oppure sono io che ho un problema. Forse, a pensarci bene, è la seconda.

Ma non è colpa mia, giuro. La colpa è di mia nonna, che mi ha allevata a suon di tortelli, pisarei e fasö e teglie di lasagne, che all’ultimo boccone ti riempe il piatto perché è vuoto e che per quattro persone cucina per venti, perché non si sa mai che non sia abbastanza; e di mia madre, che quando ero piccola per merenda, dopo la scuola, mi prendeva i pacchi famiglia di Fonzies e Kinder Bueno, bontà a cuor che ti fa venire i rotoli di ciccia. Per forza che poi non apprezzo la cucina molecolare. Per forza che se mi vedo arrivare un piatto che sembra il modello in scala di una bislacca città futuristica ci rimango molto male, soprattutto se quel piattino costa trenta euro e dopo mi tocca andare al McDonald’s perché ho una voragine nello stomaco che non c’è verso di chiudere.

Comunque, è proprio vero che la classe non è acqua. E la classe non è neanche mangiare sei chili di polenta fritta con lo zucchero sopra, una parete di focaccia extra-unta con i ciccioli, otto pani con il lardo sopra o un tegame di costolette di maiale coperte di salsa barbecue. Ma dato che io la classe non ce l’ho e mi hanno sempre insegnato di accettarsi per quello che si è…Dio benedica le trattorie, soprattutto quelle che prendono i buoni pasto. Amen.

Fiction for Happiness

Immagine

immagine trovata su Google

In venticinque anni di vita non credo di aver mai saputo come va a finire una fiction, qualunque essa sia. Ogni volta la storia si ripete. Serata-tipo con picchi di noia che rasentano il vergognoso, dal calore delle ginocchia capisci che è giunta l’ora di far respirare il portatile, soffocato dalla coperta in pile…accendi il televisore, cinque minuti di zapping, zero programmi interessanti…e lì, su die piedi, mossa da un sentimento di pietà misto ad un miserrimo tentativo di disintossicazione dai canali Sky, decidi di dare una chance alla Televisione nazionale. Inutile dire che l’esito è fallimentare.

Primo, per il quantitativo da coma degli spot pubblicitari. Fuori luogo, il più delle volte. Vi sembra normale che dopo cena, con la digestione in ballo e la sonnolenza da “forse la peperonata era troppo…” e -finalmente!- il tanto atteso snodo della vicenda, uno si debba cuccare infiniti minuti di disquisizioni su pupù liquide e cicli mestruali bislacchi?

Secondariamente, per i temi proposti. Una delle poche certezze più o meno assolute è che, se sui canali Rai le fiction sono molto flash, hanno titoli improbabili e i temi-cardine, solitamente, spaziano dai drammi di vita della portata di catastrofi nucleari a quelli in cui si celebrano le vite intensissime ma non necessariamente felici di noti personaggi italiani defunti, tutto questo sapientemente intervallato con le centonovantottesime stagioni di “Un medico in famiglia”, “Don Matteo” e “Provaci ancora Prof!”, sulle frequenze Mediaset, invece, le ambientazioni sono per il novanta per cento sicule, con un Gabriel Garko mafioso piantato in una stanza a guardare il vuoto, solitamente nei pressi di una porta o di una finestra, con la camicia sbottonata, profondamente pentito per aver fornicato con una stronza abissale che non ama affatto e mai amerà, affiancato dall’arci-nota Manuelona, ciucciatissima in un vestito di stampo campagnolo dalla procace scollatura, straziata dall’incapacità di scegliere tra Onore e Amore e attanagliata dall’atroce dubbio “Sarò ancora la sua Bimbetta?”. L’altro dieci per cento si divide tra serie poliziesche e di vicissitudini quotidiane di famiglie romane di cui almeno un membro ha più di cinquant’anni ed è coatto nell’animo.

Ovvio che poi passa la poesia. Poi, comunque, starci dietro è un impegno. Come portare fuori il cane o cambiare il cotone nella casetta del criceto. Certo, non devi farlo ventotto volte al giorno ma comunque un po’ di costanza per avere una visione totale della vicenda ci vuole. Soprattutto perché se ne perdi una ciao. Se poi tiri tardi a lavare i piatti e ti perdi il riassunto de “Nella puntata precedente…” puoi far su baracca e burattini e passare ad altro. Si ingarbuglia tutto e perdi il filo.

Quindi cosa fare? Ci sono due soluzioni possibili. Uno, tentare l’impossibile e proseguire la visione, senza interrogarci sul perché avevamo lasciato l’equilibrata Tizia con la silhouette da ballerina professionista di danza classica e ora, tre puntate dopo, la ritroviamo incinta di quindici mesi e in overdose da frittura di paranza; due, riprendere il portatile, rimettercelo sulle ginocchia -questa volta con una pila di quaderni sotto per non farlo fondere- e continuare a fare quello che stavamo facendo prima di accendere il televisore. Ossia aprire Facebook e attendere che accada qualcosa. Che, ovviamente, mai accadrà.

Creme & Co.

Immagine

immagine trovata su Google

Il mio fidanzato, quando ha smesso di fumare, ha messo via abbastanza soldi per farsi un viaggino alle Maldive. Se avessi messo nel salvadanaio tutto quello che invece io ho investito in creme anti-cellulite e prodotti drenanti di ogni forma e dimensione, alle Maldive ci vivrei. E, per grazia di Dio, non sono ancora alla fase rughe, anche se moltissima gente che ho incontrato nelle varie sedute di cerette, lampade e compagnia bella ha sempre sostenuto che dovevo cominciare ad impastarmi la faccia con una quindicina di creme già molto tempo fa, perché “prevenire è meglio…”.

Prevenire sarà anche meglio, non lo metto in dubbio. Ma parliamo dei costi? Non so in base a quale formula matematica applichino i prezzi, fatto sta che la costante universale fissa sembra essere che più il barattolo è piccolo, più costa. Il più delle volte te ne accorgi quando sei a casa e ormai non puoi più farci niente. Apri la confezione, speranzosa perché con un prodotto che costa così tanto i risultati non possono non arrivare, e ti accorgi che, fondamentalmente, hai speso settantacinque euro per un vasetto di vetro delle dimensioni di una macina Mulino Bianco, con dentro mezzo dito di crema. E ti senti la peggiore delle imbecilli, soprattutto quando sul bugiardino c’è scritto a caratteri cubitali che ne basta una punta. Grazie, non ci eravamo mica arrivate.

Poi, comunque, secondo i giornali di moda e compagnia bella…dovremmo passare più o meno il 90% del nostro tempo a spalmarci di creme, cremine e cremette in ogni dove sul nostro corpo. Perché non ne basta mica una, care mie. Per la faccia ce ne sono almeno otto. Poi c’è quella per la tonicità del seno latente, quella per il gluteo cascante, la crema per assottigliare il girovita che -badate!- è diversissima dalla crema pancia piatta…da non confondere assolutamente e per nessun motivo con quella fianchi e cosce!

Alcune, quando le compri, hanno dentro il foglietto illustrativo che, in sintesi, ti dice che quella crema che hai appena acquistato e ti sei svenata per farlo, da sola fondamentalmente non vale un tubo e per farti diventare la Belen di Pianello Val Tidone ha bisogno dell’aiuto di quell’altra della stessa marca, per via di un qualche tipo di azione combinata di elementi super tattici che risolveranno sicuramente il tuo problema. Altre mettono le mani avanti e ti dicono che i risultati cambiano a seconda della persona. Come per dire: credici ma non crederci neanche troppo, comunque se t’ingozzi di Nutella puoi sempre dire che è stata colpa della crema che su di te non ha funzionato. Altre ancora ti promettono miracoli nel giro di una notte, della serie vai a letto Sharpei e ti svegli statua di cera fresca di produzione.

Ma le migliori sono e saranno sempre quelle per la nostra più acerrima nemica, la cellulite. Ce ne sono di ogni sorta, genere e qualità, diurne e notturne, da mare e da montagna, per l’inverno e per l’estate, per le eclissi lunari e solari, per la flora e la fauna, la taiga e la tundra. Tuttavia, quelli che preferisco sono i fanghi. Li ho fatti un paio di volte in vita mia e l’unico risultato è stato che il mio bagno sembrava reduce da una frana di melma. Senza contare, poi, il dramma del “E adesso cosa faccio?”. Cosa fate, voi, quando vi fate i fanghi? Condividete il vostro segreto, così magari non finisco per l’ennesima volta in bilico sulla tazza del water a fissare un punto nel vuoto, al freddo, contando i minuti che mi separano dalla decellophanizzazione.

Cinquanta sfumature di beige

Immagine

immagine trovata su Google
“Vintage spanking”, cartolina d’epoca francese

Con quasi due anni di ritardo -buongiorno a me- mi decido a compiere anche io il grande passo. Tatuarmi? Diventare vegana? Girare il Mondo rotondo che confini non ha con uno zaino, tre mutande e un’aspirina? Niente di tutto ciò, amici. In un noioso giovedì sera, in piena trance da ozio e coperta di pile scozzese, ho ceduto alla tentazione di entrare in possesso di quei libri che hanno sconvolto animi e fatto fare voli di fantasia degni da Air Force ad orde di giovani -e meno giovani- puledre di tutto il Globo. Loro, la punta di diamante della para-letteratura mondiale, il pacchetto deluxe dell’eros letterario contemporaneo “Cinquanta sfumature”.

Alla fine del Grigio, non sapevo se ridere o piangere. Il solo motivo che mi ha spinta a proseguire nella lettura è stato il voler vedere quanti orgasmi può arrivare ad avere in un giorno la protagonista Ana. Che non si poteva scegliere nome più azzeccato, tra l’altro. Comunque diciamolo. Ha un po’ svaccato, l’autrice. Mica per le descrizioni da cronista sportivo sui loro incontri hot, quelle ci stanno, per carità. Piuttosto per le situazioni che crea.

Christian in ventisette anni di vita ha: imparato a suonare il piano che Allevi gli fa una pippa, essere sottomesso e sodomizzato da una dominatrice pedofila-moglie trofeo di un uomo molto ricco, imparato a pilotare l’elicottero e l’aliante, si è creato dal nulla un impero da quarantamila dipendenti con cui tentare di sfamare il mondo perché lui sa bene cosa vuol dire avere fame, imparato a pedinare la gente e preso lezioni di Dominazione con corso di aggiornamento sull’uso delle fascette fermacavo. Lei, invece, si veste male, conquista un multimiliardario cadendo con la faccia per terra e diventa la dea del sesso in un nanosecondo, dopo ventuno anni passati a fare non so cosa e una notte in casa di uno sconosciuto che la pressa per firmare un contratto di dominazione dopo averle mostrato una stanza con un aggeggio chiamato “il flagellatore”. Capite perché poi leggendo quelle robe lì finisce che ci cadono le balle?

Ma non demoralizziamoci. Anche noi abbiamo le nostre Cinquanta sfumature. Tipo quando i testimoni di Geova ci stanno addosso per farci prendere i volantini o i giovani vendi-libri ci inseguono per strada e per farci fare l’abbonamento ci chiamano “Hey, bella!”. Oppure quando il nostro fidanzato, colto da un raptus di desiderio alle tre di notte, ci rotola addosso come un dugongo in amore del tutto incurante del trucco spantegato sulla nostra faccia dopo una notte di festa o vuole darci un bacio appassionato alle sette di domenica mattina, appena sveglie, dopo aver cenato con aglio, olio e peperoncino. Oppure, ancora, quando il nostro lui fa finta di non vedere che mettiamo la guaina stringiciccia alla Bridget Jones sotto ai vestiti per sembrare bedde magre e, se lo vede (perché lo vede), ci ama -e ci spoglia- lo stesso.

Certo, non saranno sfumature di tenebra ma di tardo pomeriggio invernale, quando c’è quella luce strana che ti fa fare gli incidenti in macchina perché non ci vedi un tubo…ma pur sempre sfumature sono. Ana ce le ha grigie, nere e rosse e si prende le randellate. Noi le abbiamo tinta ecru, la crema all’arnica, invece che per il bruciore di chiappa, la usiamo per la cervicale e con le mollette ci pinziamo le calze sullo stendino, invece dei capezzoli. E ci metto la mano sul fuoco che siamo gnocche lo stesso. Tiè.